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Casamonica un clan che tanti non hanno voluto vedere

 

Il pestaggio, al bar Roxy della Romanina, di una disabile e di un barista rumeno da parte di appartenenti al clan Casamonica ha “di nuovo” svegliato una parte del mondo politico romano di fronte al fenomeno mafioso espresso da quel clan. L’ultimo brusco risveglio era avvenuto con i funerali di Vittorio Casamonica “il re di Roma” la cui scomparsa era stata celebrata con il fasto degno di un boss della camorra dei vecchi tempi. Era il 19 agosto del 2015. La fatica, la difficoltà a considerare la forza intimidatrice di questo clan e quindi la sua “mafiosità” è però una storia vecchia nella capitale. Sia nelle aule di giustizia, sia nei “palazzi della politica”. Qualche anno fa si diceva: sono quattro zingari che fanno ricettazione.” “Il senatore Peruzzotti ha anche fatto riferimento ai Casamonica. Mi è sembrato di carpire una curiosità del senatore su un nome che a Roma è tristemente noto e sta ad indicare il ricettatore, colui che acquista l’oro di famiglia asportato con un furto in appartamento. Sarà quindi un nome che gli e` rimasto certamente nella memoria”. Era il 6 maggio del 2003 e questa era la risposta che il questore di Roma, dell’epoca, Nicola Cavaliere dava ad una domanda formulata sul clan dei Casamonica durante un’audizione innanzi la commissione parlamentare antimafia. Peccato che, solo poche settimane prima, il sostituto procuratore della DDA Lucia Lotti avesse coordinato un’inchiesta, del centro operativo DIA di Roma, che aveva portato al sequestro dei beni di decine e decine di uomini e donne del clan ai sensi della normativa antimafia. Sequestro in seguito revocato. Invece le indagini del sostituto procuratore Lotti, per una maxi operazione di riciclaggio di denaro, con condanne ad appartenenti al clan ressero fino alla cassazione. Il nome dei Casamonica a Roma è ben noto, la loro fama criminale è strettamente legata alla famiglia di Enrico Nicoletti conosciuto come il cassiere della banda della Magliana. Gli facevano il recupero crediti, come hanno raccontato, negli ultimi tre anni, i rapporti dell’osservatorio sulla sicurezza e la legalità sulle mafie nel Lazio raccontando l’ascesa di quello che è a tutti gli effetti un gruppo criminale con le medesime caratteristiche di un’associazione di stampo mafioso.

Del controllo del territorio sul territorio della Romanina, con vedette agli angoli delle strade, hanno raccontato gli articoli di Andrea Palladino e persino i servizi di La7 della giornalista Maria Grazia Gerina. Dov’era la classe dirigente della capitale? Fino ad ora l’unica presenza significativa delle istituzioni oltre all’azione di magistratura e forze dell’ordine, è stata quella della regione, per mezzo del Presidente dell’Osservatorio regionale sulla sicurezza e la legalità Gianpiero Cioffredi e del suo staff, che ha presidiato e protetto dal “saccheggio” una delle ville suntuose confiscate al clan ed assegnate ad un’associazione che si dedica all’assistenza dei bambini affetti da autismo. Eppure era tutto scritto da tempo bisogna aver solo un poco di pazienza e leggere nelle sentenze (divenute definitive) sui Casamonica:” L’azione criminosa del clan CASAMONICA – DI SILVIO – DE ROSA si è snodata nella zona della Romanina tra i quartieri Appio – Tuscolano, Cinecittà e Anagnina, dal 2009 in avanti. Si tratta di uno dei gruppi malavitosi più potenti e radicati del Lazio, i cui affiliati dichiarano in forma costante, quasi indefettibile, un reddito inferiore alla soglia di povertà, ma vivono in ambienti protetti da recinzioni, videocamere, vigilanza armata. I CASAMONICA si inseriscono in un ambito profondamente inquinato, qual è quello della Capitale, all’analisi del quale occorre procedere con realismo e senza illusioni, a meglio comprendere la penetrazione di mafia, ‘ndrangheta, camorra in attività edilizie, immobiliari usuraie, creditizie – con compravendita di debitori insolventi – di lavori pubblici, ristorazione e stabilimenti balneari, che costituiscono la fotografia, in termini economici, del territorio”. Era il 2013 quando il giudice distrettuale Simonetta D’Alessandro scriveva queste parole nella sentenza di condanna per associazione a delinquere finalizzata al narco traffico nei confronti di appartenenti al clan.

Edoardo Levantini, già consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia nella passata legislatura

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