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Ricordo di Tonino Guerra nel giorno della sua scomparsa

 

Sei anni fa, sabato 10 marzo, mi dicono che Tonino Guerra sta male, si è aggravato. Da Pennabilli l’hanno spostato all’ospedale di Sant’Arcangelo, e da lì dimesso. Vado a trovarlo nell’appartamento che si affaccia sulla Piazza Grande, proprio di fronte al Palazzo del Comune. Il giorno prima l’avevano ricoverato nel tentativo, andato a vuoto, di inserirgli un catetere in vena per continuare a nutrirlo. Non mangia più, rifiuta il cibo; Lora, sua moglie, tenta di imboccarlo con un po’ di gelato alla nocciola: “E’ buono?” Gli chiede invogliante. “Sì è buono, ma non ne voglio più.” La voce è flebile, esce a fatica, un bisbiglio appena udibile. Sa che le sue condizioni sono gravi e teme che anche quella briciola di gelato possa peggiorare la situazione. Ma senza alimento le forze lo stanno abbandonando; è pallidissimo, smagrito, il viso si è come allungato in una maschera di cera, solo gli occhi rimangono luminosi e attenti, quelli di sempre.

“Che disastro!” mi ripete quando mi chino su di lui per salutarlo; “Che disastro!”.  E’ disteso nel letto matrimoniale, il braccio destro, fasciato, è appoggiato su un guanciale; gli prendo la mano sinistra: “Cosa è accaduto, Tonino.” Mi guarda stupefatto: “Non ho più la forza per vivere. – Mi dice. – Da quaranta giorni sono combinato così.” Di sfuggita appoggio i polpastrelli al polso, i battiti sono velocissimi,  e il respiro è affrettato.

“Devi leggere il libro”, mi mormora pensando subito al lavoro, il rifugio di ogni artista, l’unico bene. Rivolge un cenno gentile a Lora perché mi dia una copia di “Polvere di sole”, appena uscito da Bompiani in elegante veste bianca;  in copertina il disegno di due farfalle che volano e di un pesce antico, verde, con l’occhio sbarrato. Non voglio diminuire in nessun modo l’importanza della letteratura, andrei contro me stesso; ma da un po’ di tempo molto più di qualsiasi racconto mi affascina la voce di chi narra, specie se è la voce di un poeta. “Farfalla di Dinard” è forse il libro più bello di Eugenio Montale. Questo di Tonino è talmente avvincente che precipito tra le righe appena vi poso gli occhi. Lo apro a caso a pagina 90 e leggo:

“Venerdì 20 marzo. E’ il compleanno di mia moglie. Settant’anni. Vicini. Mi ha dato questo continente di amici e di spettacoli stupendi. Ho imparato molto dalla Russia. Il mondo attorno a me c’è perché c’è mia moglie. Fuori della grande vetrata, al quarto piano dove visse anche un ministro comunista, il cielo è sereno: ascolto Mozart. La musica mi parla ed è più chiara delle parole che sento alla televisione. Sono lontano da Pennabilli e da me. Non mi faccio domande perché non so cosa rispondere.” Il libro possiede la struttura di un diario; riflessioni, annotazioni, scorci, episodi, accenni di racconti, visioni, fole, sogni, apparizioni, appunti di viaggio.

“Sabato 21 marzo. Né Pennabilli né Mosca potranno liberarmi da una nebbia di tristezza che da un po’ di anni è calata su di me. Bisogna pensare non a un luogo definitivo. Quello già ci aspetta. Occorrono piccoli viaggi per rapidi e diversi godimenti. Mosca non può essere un rifugio. Troppi ingorghi, troppe difficoltà per raggiungere luoghi di spettacolo e amici. A Pennabilli puoi muoverti con tranquillità. Non c’è nessuna necessità di muovermi. Per andare dove. Devi riflettere e guardare dalle finestre. E’ inutile cercare distrazioni. Non servono stordimenti e polveroni sui cattivi pensieri.”

Dovunque si trovi Tonino continua a parlare della Valmarecchia, di Pennabilli, di Sant’Arcangelo. Compone giorno dopo giorno il suo portolano, un registro di navigazione, una mappa della volta celeste, un’effemeride per orientare la rotta: la sua e la nostra. Ed è una narrazione più bella di qualsiasi romanzo, serve a capire con chiarezza quanto sciatta e inutile finzione ci intorbidisca nostro malgrado, ogni giorno, dallo schermo TV o del computer, dai giornali, dai cattivi libri. Vuoti di tutto.

L’età, la malattia non lasciavano presagire altre stagioni fiorite. Eppure che Tonino se ne sia andato resta poco credibile. Come se da un momento all’altro fossero spariti i mandorli dal suo giardino che all’inizio di ogni primavera circondavano la casa di Pennabilli con una nuvola di petali bianchi. Guerra ci ha abituato, un po’ per volta, a considerarlo eterno, indistruttibile, come l’uomo delle favole che appare quando lo evochi. Lui stesso ha contributo con astuzia e sapienza a costruire questa leggenda, scegliendo per la sua lunga e felice vecchiaia una cornice da presepio, una residenza in cima a un cucuzzolo, in bilico tra Marche e Romagna, dove bisognava arrampicarsi per raggiungere il saggio della montagna. Poi con un tocco esotico, una pennellata di colore simile alle sue figurine naïf, si è messo accanto una moglie russa, Lora; che non è Lara del dottor Živago soltanto per un piccolo scarto, giusto il cambio di una vocale.  La loro storia d’amore, non meno romantica, iniziata per un incontro casuale al Festival di Mosca in occasione della presentazione di “Professione Reporter” di Michelangelo Antonioni. Qualche tempo dopo il poeta si era ammalato: un tumore benigno al cervello che premeva sotto la scatola cranica, lo aveva spinto a girovagare senza più memoria per le strade della Capitale. S’erano messi di mezzo Fellini e Giovanni Berlinguer con le loro conoscenze, Tonino era stato trasferito in Russia in tutta fretta con un Tupolev, e consegnato nelle mani di Alexander Konovalov, il più grande neurochirurgo del mondo. Era stato operato in tempo, salvato, e restituito alla vita per molti decenni. Un miracolo! In seguito Guerra si era attrezzato con la minuscola icona di San Serafin, un santo minore sul tipo di quel San Gancillo di Dino Buzzati, disoccupato perché i devoti si erano dimenticati di lui e non gli rivolgevano più le suppliche.

A San Serafin aveva affidato i suoi giorni: “Era un piccolo santo, anche mezzo gobbo, parlava con gli orsi e dava loro il miele; mi chiedo se non sia più lui ad aver bisogno di me, ma la notte mi tiene compagnia”. L’umile santo contadino vegliava sorridente dal comodino, era l’amico buono dell’Aldilà, che al momento giusto viene a raccogliere l’anima e a guidarla lungo i sentieri celesti. Dal suo eremo di Pennabilli, dopo aver lasciato Roma e rinunciato a rientrare stabilmente a Sant’Arcangelo, Guerra ha distribuito poesia a profusione, con gesti ampi, da provvido seminatore; donando sostanza poetica alle invisibili molecole dell’intera valle, all’aria, ai sassi, agli alberi, ai corsi d’acqua. Aveva provato a convincere la gente che la poesia non è soltanto quella che si legge nei libri, ma è la misura del nostro sguardo, la rivelazione del creato, e il suo rispetto. Anzi, senza la poesia, il mondo non esisterebbe affatto, perché è il Verbo, come affermano le scritture, che “in principio” crea esseri e oggetti donando loro un nome.

Così Tonino aveva insegnato a utilizzare la poesia anche come un medicamento, una profilassi contro la bruttura che ci circonda. Utilizzando tra le prime prescrizioni taumaturgiche il vaccino della memoria, aveva istituito “il giardino dei frutti perduti”, un orto di rari  alberi da frutta scomparsi ormai dalle campagne, e quindi dalla vista e dal gusto degli uomini. Questo era il messaggio che la poesia di Tonino Guerra riversava nella Valmarecchia, a onde circolari che si propagavano rapidamente all’intero Paese. “Abbiamo bisogno di incontrare il mistero, i misteri sono i luoghi dell’anima.” Ripeteva in privato e nelle riunioni pubbliche.

Rileggendo il suo libro ho ritrovato col fiato sospeso “L’eclisse”. Mentre il poeta è in taxi nelle strade di Roma, il cielo improvvisamente si oscura, diventa notte: “Ho preteso che il taxista fermasse la macchina. Sono sceso a raccogliere il tremore di un’aria che lentamente stava riprendendo la luce del giorno come se ci fossero milioni di lucciole intorno a me.”

E sono rimasto attonito di fronte all’arcano annuncio di “Occhiate col cane”: “Sempre più spesso ho dei lunghi scambi di occhiate con Teo Baba, il mio cane. Mi pare di trovare in lui dei segni misteriosi di contatto e di comprensione. Devo anche dire che da un po’ di tempo raccolgo segnali, quasi venissero da un altro universo, di convinzioni negli occhi di persone che incontro di sfuggita.”

Tonino è nato ed è scomparso nel mese di marzo. In un libretto senza nome che mi aveva regalato, scritto a mano, le minuscole pagine trattenute da uno spago, c’era una sua definizione per ogni mese dell’anno. Marzo è ricordato così:  “I fiori dei mandorli per le api affamate.”

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