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Papa Francesco. Non scontro ma armonia tra le civiltà. Un quinquennio che sta cambiando il mondo

 
Cinque anni fa, quando si presentò per la prima volta al mondo, Jorge Mario Bergoglio dopo aver fatto sapere che finalmente un papa aveva scelto il nome Francesco, parlò di sé come del vescovo di Roma dopo aver augurato a tutti “buona sera”. Per qualche nostalgico del paradigma romano fissato da Innocenzo III, il papa che preferì il titolo di Vicario di Cristo a quello di Successore di Pietro, ma che tuttavia consentì anche a San Francesco di fissare il suo ben diverso paradigma, non devono essere stati dei momenti facili. Ma questo quinquennio a mio avviso ha un gesto e un’ espressione che ne costituiscono le chiavi di interpretazione. L’espressione è “la tenerezza di Dio”. Le nostre discoteche e nastroteche sono stracolme di “Dies Irae”, il nostro linguaggio ricorre tanto spesso quanto volentieri all’espressione “ira di Dio”; anche un calciatore se è bravo è un’ira di Dio. Bergoglio invece ci parla da cinque anni della tenerezza di Dio, della Misericordia; e che la Misericordia di Dio abbia una sua festa solo grazie alla recente decisione di papa Giovanni Paolo II dovrebbe aiutarci a capire quanto poco considerata nei tempi passati sia stata la Misericordia. E quindi quanto profonda sia la quotidiana cura del nostro universo culturale da parte di Papa Francesco.

La Chiesa cattolica poi è stata a lungo dell’ “occidente”, tanto che, anche qui, si è dovuto attendere il pontificato di Benedetto XVI perché il papa lasciasse il titolo di Patriarca d’Occidente. I tempi si fanno maturi perché la Chiesa non si senta più stampella dell’Occidente, politico e culturale, si fanno maturi cioè i tempi di una Chiesa Mondo, chiesa inclusiva, aperta e attenta a tutte le forme di sana spiritualità, a tutte le culture, e questo non poteva che accadere quando, dopo il Concilio, sarebbe arrivato il primo papa nato e vissuto nel sud del Mondo, non nell’Occidente.
Questo papa è il papa che augura “buon pranzo”, che veste di bianco davanti ai suoi fedeli come davanti ai capi di stato, senza ori, senza stole, che si muove in utilitaria, e che, con buon pace di chi ci tiene a far sapere di essere stato autorizzato a non fare altrettanto, ha scelto di vivere  in una cinquantina di metri quadrati. Tutto questo sa parlare a popoli di altre culture, molto lontane da noi, a differenza di certi dubbi su Amoris Laetitia. Cosa ne avranno capito nel Laos o in Mongolia, di quei dubbi? Credo poco. Credo che anche altrove, come in Angola ad esempio, quei dubbi abbiano comunicato poco. Mentre l’urgenza di dare un’anima alla globalizzazione, di rispettare le diverse culture facendo del mondo non una sfera ma un poliedro, abbia detto molto anche in Mongolia, nel Laos, in Angola, e altrove.

Insomma, questo quinquennio ha portato una Chiesa in parte recalcitrante ad andare nei crocevia della storia, e se davvero nel quinto anno di pontificato arriverà l’auspicabile accordo religioso con la Cina si potrà davvero dire che questo quinquennio ha cambiato il mondo.
I nostalgici del tempo in cui ci si identificava, Chiesa e Occidente, sapranno vedere l’importanza  non solo per la Chiesa cattolica in Cina, ma per il mondo? Quel giorno infatti sarà importante anche perché parlerà non di scontro di civiltà ma di armonia tra le civiltà.
Scegliendo di portare la sua Chiesa nei crocevia della storia, avviando processi e non occupando spazi, Bergoglio sta dando una dimensione post-costantiniana al cattolicesimo. Non più stampella dell’Occidente, ma alleata di miliardi di uomini che avvertono l’esigenza di un’altra globalizzazione senza rifluire in localismi angusti e impauriti. Lo Spirito Santo, ha detto una volta Papa Francesco, “è l’armonia”. A me sembra naturale che soffi nelle vele di chi auspica un’armonia tra le civiltà e non lo scontro di civiltà.
Una dei banchi di prova di questa armonia è certamente il conflitto siro-iracheno, dove un mare di eserciti, di disegni imperiali, di terrorismi, di fanatismi, di disgustose negazioni dell’Altro, si accavallano, si incontrano, si scontrano. Un altro banco di prova è quello della lotta alla globalizzazione delle mafie e della corruzione, come dimostrato dai mal letti Panama Papers. Una globalizzazione che funziona, purtroppo, benissimo, mettendo insieme guadagni illeciti, tiranni, cartelli di narcotrafficanti, di mercanti di armi, di neo-schiavisti. Di questo nuovo male globale ha parlato il quinquennio di Papa Francesco, arrivando a ipotizzare la scomunica più urgente e importante, quella dei mafiosi e dei corrotti, che aprono ai primi tante porte.
Sono solo alcune indicazioni della epocalità di un pontificato che ha offerto al dialogo, all’armonia tra le civiltà, quel metodo di lavoro che serviva da quando Paolo VI e i padri conciliari diedero al mondo l’epocale dichiarazione NOSTRA AETATE. La Chiesa infatti per farsi davvero dialogo, come scrisse Paolo VI, aveva bisogno oltre che di una scelta anche di un metodo, e questo metodo lo ha indicato Bergoglio, quando ha raccomandato al collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica “inquietudine, immaginazione, incompletezza del pensiero.” Un metodo che può essere capito e condiviso da tutti i soggetti che con la Chiesa cattolica sono chiamati a dialogare. Un metodo comune è importantissimo per lavorare insieme, e che aiuta tutti a riconoscere, dopo cinque anni di impegno quotidiano e senza rete, il vero leader morale di un mondo alla ricerca di un’etica comune.

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