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Facebook e Cambridge Analytica. Meno male che il giornalismo – quello vero – c’è ancora

 

Facebook. Adesso da noi in Italia è il momento in cui tutti dicono che si sapeva, che era prevedibile, cose note e risapute. Addirittura spunta qualcuno preoccupato: non è che rischiamo di perdere all’improvviso le “gioie” che i social in questi anni ci hanno regalato?

Il verdetto di Wall Street, la perdita di 7 punti del titolo lunedì 19 marzo, viene inteso come una sentenza. La borsa buona che condanna i “cattivi”. E invece il ragionamento andrebbe ribaltato: come mai una società che ha come proprio patrimonio unicamente i dati degli utenti ha raggiunto negli ultimi anni una capitalizzazione così alta? Evidentemente questi dati valgono un’enormità, hanno reso moltissimo. Nel discorso su Cambridge Analytica vanno assolutamente evidenziati i riflessi politici: ma Zuckerberg non era un grande campione del progressismo a Stelle e Strisce, anzi planetario? Com’è che la destra è riuscita a sfruttarne perfettamente i meccanismi di raccolta e profilazione (anche psicometrica) dei dati? Belle domande: le contraddizioni sono ovunque, a partire dalle istituzioni che solo ora paiono svegliarsi e volere fare qualcosa senza rispondere però alla vera domanda: come mai sono stati affidati a enormi monopoli privati (tendenti unicamente a accumulare utili finanziari) i diritti civili ( privacy e non solo) di miliardi di persone?

Ma detto questo, vale la pena evidenziare i veri “eroi” positivi di questa storia ( che assomiglia per tanti aspetti a quella di Snowden e dello scandalo Prism Nsa). Sono in primo luogo quelli come Christopher Wylie  le cui rivelazioni hanno consentito di scoperchiare gli enormi abusi commessi in questa vicenda, persone che hanno visto cosa è accaduto e hanno deciso di denunciare assumendosi tutti i i rischi del caso. E poi? Poi c’è il giornalismo, quello vero si intende. In questo caso il New York Times e soprattutto il Guardian. C’è un’ultima dimensione apparentemente paradossale in questa storia. Per anni abbiamo sentito tessere l’elogio della comunicazione social, disintermediata, che avrebbe dato voce finalmente ai cittadini, e adesso ci ritroviamo davanti a una realtà molto diversa. Lo scandalo esplode perché ci sono dei wistleblower, persone che fanno uscire le notizie, ma anche perché c’è un’informazione professionale libera e indipendente che dà rilievo alle loro voci. E se la domanda è: chi rappresenta oggi l’opinione pubblica mondiale il giovane e brillante miliardario Mark Zuckerberg o il Guardian, la risposta qual è? Dubbi ce ne sono pochi vista pure la latitanza\connivenza di istituzioni e politica ( da noi Bezos di Amazon è stato sobriamente definito un genio). Meno male che il giornalismo – quello documentato rigoroso e vero – c’è ancora.

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