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Carcere per i giornalisti e querele temerarie, ora Casellati è chiamata a scelte istituzionali. Dialogo più difficile dopo il caso Polese

 
Senza perdere la tenerezza e neppure la speranza, bisogna guardare in faccia la nuova legislatura che sta per iniziare e che per noi giornalisti può (e deve) rappresentare un passo avanti verso alcune riforme normative per le quali ci si batte da molto, troppo, tempo.  Tra le altre certamente ci sono l’eliminazione del carcere come pena per l’accertata responsabilità sul reato di diffamazione a mezzo stampa e l’introduzione di deterrenti imposti per legge avverso le azioni temerarie, penali e civili, contro i giornalisti. Per deterrenti si intendono strumenti che automaticamente siano applicabili ove ci si trovi di fronte a denunce penali o azioni civili che siano palesemente infondati e dove il giornalista esca assolto con formula piena.  Un obiettivo che tante volte è sembrato a portata di mano ma che proprio adesso, purtroppo, rischia di allontanarsi  per le posizioni che alcuni dei nuovi parlamentari hanno espresso e, vieppiù, per una vicenda specifica e recente che ha riguardato la senatrice Elisabetta Casellati,  chiamata a rivestire la seconda carica istituzionale dello Stato.

La Casellati è stata presunta parte danneggiata in un procedimento  avverso la collega Roberta Polese per un articolo pubblicato nel luglio del 2010 su “il Padova”. Senza voler qui ripercorrere i fatti che riguardarono rapporti parentali della senatrice e che, comunque, sono stati già oggetto di valutazione giudiziaria favorevole a Roberta Polese (sia in sede penale che civile nel 2013), è ineludibile ribadire quale fu il comportamento dell’attuale Presidente del Senato. Come detto, in primo grado i giudici ritennero che la giornalista autrice dell’articolo non commise alcun illecito e la parte attrice, dunque la Casellati, venne condannata a pagare 8.250 euro di spese legali. Contro quella sentenza si poteva presentare Appello. Ed ecco cosa accadde: Elisabetta Casellati in cambio della mancata presentazione dell’appello ottenne che quelle spese fossero divise a metà, dunque Roberta Polese (che accettò per chiudere finalmente quella ingiusta vicenda) ha dovuto pagare 4.125 euro, liquidati in sua vece da un contributo del sindacato dei giornalisti del Veneto. Insomma la Polese e la cassa dei giornalisti veneti hanno dovuto pagare per “non aver commesso il fatto”, per aver scritto una storia che, secondo la sentenza, integrava il diritto di cronaca.In Italia è stato pagato un prezzo per l’esercizio del diritto di cronaca. Tanto è. Siccome sia la Fnsi, che le varie associazioni stampa regionali, oltre che Ossigeno e la più recente gestione del Cnog, fanno del contrasto alle azioni temerarie un punto imprescindibile nell’affermazione del diritto ad informare e ad essere informati  è quasi pleonastico preoccuparsi di come porre adesso, di nuovo, la questione ai parlamentari, al Senato e alla sua Presidente, la quale in un recente passato ha già mostrato cosa pensa del diritto di cronaca. La storia di Roberta Polese è stata raccontata in un bel libro che si chiama “Io non taccio”  e se ne parla diffusamente in un puntuale articolo del collega Renzo Mazzaro (che in questi giorni è tra i più condivisi sui social di tantissimi giornalisti). Da questa storia probabilmente si deve ripartire per riportare all’attenzione del nuovo Parlamento la questione delle azioni legali temerarie contro i giornalisti italiani e forse è il caso di cominciare proprio dalla Presidente Elisabetta Casellati, la quale ha detto che cercherà di interpretare al meglio il suo ruolo istituzionale. Siamo dunque certi che vorrà affrontare il tema generale delle querele e delle spese legali ingiustamente affibbiate ai giornalisti innocenti,  superando ciò che è accaduto a Padova. Sarebbe una grande prova circa la svolta che tanti, compresi i giornalisti, attendono da questo Parlamento . 

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