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“Piuttosto la galera, ma non rivelerò mai il nome di una fonte”. Intervista a Giovanni Scarpa, giornalista della Provincia Pavese

 

C’è ancora puzza di bruciato a Corteolona, cinque giorni dopo l’incendio in cui sono andate in fumo tonnellate di rifiuti sversati abusivamente in un capannone. Grazie a Giovanni Scarpa, giornalista della Provincia Pavese, i cittadini hanno saputo che da mesi proprio davanti a quella struttura era stata installata dalle forze dell’ordine una telecamera di videosorveglianza. Una notizia di evidente rilevanza pubblica. Lo dicono le numerosissime denunce degli abitanti che da settembre si sono dovuti improvvisare investigatori, appostandosi per filmare e fotografare il continuo flusso di camion con targhe italiane, immortalati mentre entravano e uscivano da un’area che avrebbe dovuto essere vuota. Come si sia trovato indagato per favoreggiamento personale – lui, cronista che da trent’anni si consuma le suole sui marciapiedi con l’unico imperativo di “andare, vedere raccontare” (e verificare) – ce lo racconta lo stesso Giovanni Scarpa.

Hai compreso perché la Procura di Pavia ti ha indagato dopo aver pubblicato la notizia della presenza di una telecamera?
“Ancora non me lo spiego. Io sono semplicemente andato sul posto, ho visto una telecamera, ho fatte delle domande. Ho scoperto che era stata installata nei mesi scorsi dalle forze dell’ordine, riuscendo anche a vedere il verbale di installazione a firma di un sottoufficiale del Corpo Forestale (poi confluito nell’Arma dei Carabinieri). Ho notato che era stato firmato da una mia vecchia conoscenza, così – avendo una conoscenza diretta – ho legittimamente telefonato per verificare”.

Che domande hai fatto al sottoufficiale dei carabinieri?
“Le domande che chiunque avrebbe fatto: se la telecamera fosse stata posizionata da loro e se avesse registrato qualcosa di utile per poter risalire agli autori del rogo. Domande che ho posto quando ormai era già bruciato tutto e il reato si era – purtroppo – già consumato. Comunque, il sottoufficiale mi ha risposto che non poteva dirmi nulla proprio per la delicatezza della vicenda e ha messo giù il telefono. Poco dopo mi sono ritrovato indagato per favoreggiamento personale, un’ipotesi di reato a cui non so dare spiegazioni perché davvero non capisco chi possa aver favorito. Per altro, la telecamera – indice di un’indagine in corso – non era certo una microspia di cui ho svelato il posizionamento, ma una ben visibile telecamera di videosorveglianza sotto gli occhi di tutti”.

Dopo aver pubblicato la notizia cosa è successo?
“In realtà, dieci minuti dopo la mia telefonata al sottoufficiale, mi ha chiamato un agente della polizia giudiziaria chiedendomi di fare un salto in procura. Una convocazione non formale che avrei potuto tranquillamento declinare, ma dopo una breve consultazione col direttore Moser, abbiamo deciso – per cortesia istituzionale – di andare a sentire di cosa avessero bisogno. Sono entrato in Procura per una chiacchierata informale e ne sono uscito quasi tre ore dopo indagato per favoreggiamento”.

La chiacchierata – poi divenuta un vero e proprio interrogatorio – su cosa verteva?
“Mi sono trovato davanti a tre agenti di polizia giudiziaria che hanno iniziato a chiedermi chi mi avesse dato la notizia. Ho confermato la telefonata fatta al sottoufficiale, ma poi sono stato chiaro: ‘qui mi fermo. Non posso assolutamente dirvi chi mi ha dato quel verbale, mi appello al segreto professionale’. Nella vita lavorativa più volte mi hanno chiesto di svelare una fonte, non l’ho mai fatto ed è finita lì. L’altro giorno, invece, dopo il primo rifiuto, mi sono sentito fare in modo sempre più pressante domande con un unico scopo: ottenere il nome della persona che mi aveva dato l’informazione”.

Stupiscono le modalità: trovarsi indagato senza nemmeno la presenza di un avvocato.
Mi è parsa una modalità formalmente fuori dalle righe. Potevano chiamarmi il giorno dopo, mi sarei presentato con un avvocato e avrebbero potuto rifarmi le stesse domande.

La Federazione della Stampa, insieme all’Associazione Lombarda dei giornalisti, ha espresso subito solidarietà per lo “spiacevole episodio” immediatamente denunciato dal comitato di redazione e dal direttore de La Provincia Pavese, Alessandro Moser. Molti colleghi hanno espresso preoccupazione per una modalità – indagare un giornalista che non rivela il nome della propria fonte – che colpisce il cuore della deontologia professionale…
“In questi trent’anni ho avuto un solo orientamento, quello di tenere la barra dritta sulla tutela delle persone che si fidano della figura professionale proprio per far conoscere ai cittadini notizie che hanno rilevanza pubblica. Una cosa a cui non ho mai derogato. E mai derogherò. Piuttosto la galera, ma non rivelerò mai il nome di una fonte. La cosa che mi più mi ha sorpreso è stato il capo di imputazione. Appunto, nel nostro mestiere si corre il rischio di venir indagati per rivelazioni di segreto istruttorio, ma il reato di favoreggiamento personale – ancora più grave – diciamo che non rientra nei rischi della professione…”

Un capo di imputazione che ha spinto subito la FNSI, di intesa con l’Associazione lombarda dei giornalisti, a prendere una posizione molto netta. Ha messo i propri legali a disposizione del collega e della redazione e provvederà a segnalare al Consiglio superiore della magistratura una vicenda che non riguarda solo La Provincia Pavese, ma tutte le redazioni italiane. “Non possiamo accettare – scrivono in una nota il segretario generale Raffaele Lorusso e il presidente Giuseppe Giulietti – che l’accusa di favoreggiamento sia l’ennesima variante dei mille tentativi di aggirare il segreto professionale e di costringere i cronisti a svelare le fonti per colpire a morte il diritto di cronaca”.

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