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Michele Gesualdi, da Barbiana al biotestamento

 

Ha fatto in tempo a vedere approvata la legge sul testamento biologico, ha fatto in tempo a non farsi fare la tracheotomia, è riuscito a morire dignitosamente in casa curandosi fino all’ultimo ma senza gli accanimenti che aveva da tempo rifiutato. Una vittoria per Michele Gesualdi, cattolico come pochi, allievo modello di Don Lorenzo Milani, di cui ha applicato in ogni aspetto della sua vita gli insegnamenti più rigorosi. Gesualdi entrò nel sindacato, nella Cisl, come quasi tutti gli allievi di Don Lorenzo, per portare nella società la missione della dignità del lavoro, perfino della disobbedienza necessaria, del rispetto della persona prima di ogni altra cosa. Il rispetto della persona, un tema accantonato ai giorni nostri. Quel rispetto, che può essere da un lato la più alta espressione dell’umanesimo e dall’altro la più alta applicazione delle regole del Vangelo, oggi non trova quasi più applicazione. Rispetto della persona equivale molto semplicemente al rispetto del lavoro della persona, del colore della pelle, delle sue abitudini, del suo credere o non credere, del suo essere creatura umana di questo mondo. Ma oggi si riparla di razza, un termine che fa orrore solo a sentirlo, oggi si prendono in fabbrica e nei cantieri giovani e giovanissimi con finti contratti di tre mesi e se poi cadono da un’impalcatura pazienza, oggi si minaccia una madre incinta se non percorre i chilometri previsti giornalmente per assemblare i pacchi che arriveranno nelle nostre case. Ecco, Michele Gesualdi era l’opposto di tutto questo. La sua battaglia battaglia civile per il biotestamento è stato l’ultimo regalo della scuola di Barbiana: perché le sue parole non hanno potuto essere strumentalizzate, sono state contestate da un vescovo, ma non da papa Francesco, e neppure un politico ha avuto la sfrontatezza di attaccare Gesualdi. Perché la coerenza a volte può vincere. E attaccare Gesualdi magari in nome di una presunta lesa cattolicità non era proprio possibile.

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