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“Calais mon amour”, la storia di Béatrice Huret che rischia 10 anni di carcere per amore

 

“Associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Ma per amore. Riconosciuta colpevole, ma esonerata dalla pena. La storia che Béatrice Huret, quarantenne cittadina francese, racconta nel suo libro (Calais mon amour, ed. Rizzoli, 18 €) è un cammino di emancipazione, libertà e amore. Infermiera ed ex-militante del Front National candidata nel 2008 alle municipali di Boulogne-sur-Mer (cittadina del nord della Francia), visita un giorno la “giungla” di Calais e ne rimane scioccata. Decide di diventare volontaria. Lì, incontrerà Mokhtar, migrante iraniano, che diventerà suo compagno. Per il quale ha rischiato 10 anni di carcere.

“L’ho fatto per amore, è così semplice. Volevo che il suo sogno di andare in Inghilterra si realizzasse”, ha spiegato Béatrice al giudice. I suoi occhi verdi, riflettono le placide onde dell’Oceano Atlantico, sulla spiaggia di Calais. Il vento le spettina i capelli nero corvino, raccolti in una coda. Affonda agilmente un passo dopo l’altro nella morbida sabbia bianca del nord della Francia. Béatrice ascolta e si fa ascoltare. L’11 giugno 2016, alle 4 del mattino, il sole non era ancora sorto. Béatrice metteva in mare la piccola barca a motore sulla quale il suo compagno iraniano Mokhtar e altri due iraniani raggiungeranno il Regno Unito. Due mesi più tardi, a metà agosto, è arrestata nel suo ufficio con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ironia della sorte: nello stesso commissariato dove lavorava suo marito, poliziotto di frontiera, fervente sostenitore del Front National, deceduto nel 2010.


Candidata col Front National, per fedeltà o fatalismo

“Sposando lui, ho sposato le sue idee. Per fedeltà o per fatalismo, nel 2008 ho accettato di essere candidata alle municipali di Boulogne-sur-mer per il Front National, al suo posto [i poliziotti non posso candidarsi, ndr]. Ma non ho mai aderito al razzismo”. Si legge nel libro: “Dopo la morte di mio marito, mi sono aperta al mondo”. E i migranti? “Tutti questi stranieri mi preoccupavano, la disoccupazione…  Ma non ne sapevo molto: quando vi dicono che c’è della miseria vicino a casa vostra, vi precipitate per andare a guardarla da vicino?”.

Ma non è l’incontro con Mokhtar che le ha fatto cambiare idea. Nel 2015, un giovane migrante eritreo le chiede un passaggio verso il campo che all’epoca accoglieva diverse migliaia di migranti. All’ingresso, Béatrice osserva dei bambini, tocca il dolore, la miseria le sale su per il naso e la stende come un uppercut, per la prima volta. Intontita, il cuore si scioglie, sente il dolore degli altri, e diventa volontaria. Inizia a fare delle donazioni, vestiti, coperte, cibo. I migranti non erano più un’astrazione, né una minaccia. Ma sofferenza in carne ed ossa.

Il libro è uno spaccato della vita nella vecchia giungla di Calais, sgomberata nell’ottobre del 2016. Compreso sul turismo sessuale di certe militanti in cerca di emozioni forti. Migranti solidali, altri che diventano trafficanti di uomini, gelosie, tradimenti. Béatrice racconta l’umanità della giungla di Calais senza partito preso.

“L’ho aiutato, per amore, perché realizzasse il suo sogno”

Conosce Mokhtar, trentasette anni, professore iraniano convertito al cristianesimo, quando ha le labbra cucite, nel marzo del 2016, per protestare contro le terribili condizioni di vita nel campo. Gli sguardi si incrociano, penetranti. Colpo di fulmine. Ed è un amore liberato quanto liberatore: “L’ho sostenuto quando ha deciso di partire per il Regno Unito. Avrebbe dovuto pagare dei trafficanti. Cifre astronomiche. L’ho aiutato, per amore, perché realizzasse il suo sogno”. Con mille euro acquista una piccola barca a motore. Per sfuggire ai controlli, gli fa battere bandiera belga e abbiglia Mokhtar e altri due suoi amici iraniani come pescatori. Nessuno controlla i pescatori belgi. I tre partono e vengono recuperati dalla Marina inglese a qualche kilometro dalle coste del Regno Unito. Oggi, due di loro stringono in mano lo status di rifugiato. Il terzo è nella procedura per la domanda d’asilo. Mokhtar, vive a Sheffield, in Inghilterra e si prepara ad insegnare persiano, come faceva in Iran.

Béatrice è una pericolosa trafficante? Per lo stato francese è una “fichée S”, schedata come i potenziali terroristi. “È quel che ha pensato l’accusa, ma mi sento tranquilla, non rimpiango quel che ho fatto”. Riconosciuta colpevole ma dispensata dalla pena, il Tribunale di Boulogne-sur-Mer ha fatto appello. “L’ho fatto soltanto per amore”, ha spiegato al giudice. Un film è in cantiere. E, ironia della sorte, oggi Béatrice lavora per l’Ofpa, agenzia pubblica controllata in parte dal Ministero degli interni, che si occupa dell’accompagnamento nel mercato del lavoro dei rifugiati. “Con una mano mi processano, con l’altra mi pagano lo stipendio. È uno scherzo del destino”, si diverte Béatrice, che attende di conoscere la data del processo d’appello. “Se finirò in cella per 10 anni, almeno con il mio libro si saprà perché ho rischiato così tanto”. Per un atto d’amore.

“Calais mon Amour” – la storia di Béatrice Huret from Stefano Lorusso on Vimeo.

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