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Alda Merini, da sconosciuta al vitalizio Bacchelli

 

Alda Merini, grande poetessa italiana della seconda metà del Novecento, dal manicomio alla fama nata dal riconoscimento istituzionale.

La vita. Figlia di un impiegato delle assicurazioni della Fabbrica del Duomo e di una casalinga, Alda Merini nasce a Milano nel 1931, il primo giorno di primavera, un auspicio di felicità che è stato contraddetto dalla realtà. “Ero una ragazza sensibile e dal carattere malinconico” avrebbe scritto di se più tardi.   Un marito panettiere Ettore Carniti, nipote del noto sindacalista della Cisl, Pierre. Quattro figlie che sono state croce e delizia per la madre nella casa popolare sui Navigli dove ha vissuto fino alla fine e dove adesso è affissa una targa di marmo, anonima: “A Alda Merini, nell’intimità dei misteri del mondo”. Forse l’ha messa il Comune di Milano, che si è accorto della Merini “solo dopo il Bacchelli”.

La morte. Alda Merini si è spenta il primo novembre 2009, a 78 anni, ha avuto funerali di Stato con camera ardente in Duomo. La sua tomba è nel cimitero monumentale di Milano nella cripta del Famedio destinata alla sepoltura dei personaggi illustri. Dopo una vita più che difficile, dodici anni nelle cliniche psichiatriche e un lungo periodo di difficoltà economiche, una morte con tanti onori. A seguito del “Bacchelli”, però.

I miracoli. Sono i versi che Alda Merini ci ha lasciato. La sua prima lirica, Il gobbo, è del 1948, due anni dopo era stata pubblicata da Giacinto Spagnoletti, il suo primo nume tutelare. E’ stata candidata al premio Nobel per la letteratura. I suoi libri oggi hanno più d’un editore, le sue poesie diventano canzoni, di lei scrivono i giornali come di una celebrità appena scoperta. A fine ottobre è uscito Accarezzami musica – Il canzoniere di Alda Merini, “un monumentale cofanetto – lo descrive Massimo Cotto su 7 – che documenta il particolare rapporto della poetessa con la musica e con Giovanni Nuti, suo compagno d’arte e di sogni.

Il Bacchelli.    Il 21 luglio 1995 il Consiglio dei Ministri su proposta del presidente del consiglio Lamberto Dini aveva deliberato “la concessione di un assegno straordinario vitalizio (a norma della cosiddetta legge Bacchelli) alla poetessa Alda Merini”. E’ il felice epilogo di un’iniziativa intrapresa con tenacia dalla giornalista Bruna Alasia – estimatrice e amica della allora sconosciuta poetessa – che, addetto stampa al gruppo Misto della Camera dei Deputati, riuscì a coinvolgere colleghi, deputati e senatori sul caso. Alda Merini in quel periodo viveva “in povertà mia lieta”, ironizzò lei stessa: il piccolo appartamento delle case popolari in Ripa di Porta Ticinese, due camere bagno e cucina, straripava delle sue cose in un disordine cosmico che faceva tenerezza.

Io stesso, che allora lavoravo al TG2 RAI, aderendo all’iniziativa a favore della poetessa, raggiungo Milano. “Viene un giornalista da Roma per intervistare me? Che bello!” Alda Merini si fa trovare sul pianerottolo, si direbbe in déshabillé, se non fosse che è luglio e Milano bolle. Fattomi accomodare su una poltrona sfondata e offerto un bicchiere di vino di modesta qualità, comincia a raccontare. “Eccomi qua, sola, il prestinaio (al marito panettiere aveva dedicato una poesia n.d.r.) se n’è andato anni fa, troppo  presto,   le figlie, eh! beato chi le vede, i vicini sono delle bestie che mi fanno i dispetti, i miei amici sono i barboni che incontro quando vado a fare la spesa”.  Con quei barboni, la Merini ha spartito i soldi quando li aveva: anche i 35 milioni di lire del premio Montale, assegnatole nel 1993, che ha dilapidato rapidamente concedendosi un costoso soggiorno all’hotel Certosa. Ma lei non se ne cura: si mostra appena contenta quando sa che un’edizione serale del TG 2 ha parlato di lei come di “una poetessa povera che andrebbe aiutata”. In quei giorni Giovanni Raboni ne aveva scritto sul Corriere della sera denunciando un “caso Merini”.

Come aiutare una poetessa in miseria? Ci vorrebbe il Bacchelli. Paradossalmente, la legge n. 440 dell’8 agosto 1985 porta il nome di Riccardo Bacchelli, ma lo scrittore finito in povertà non poté beneficiarne perché morì nell’ottobre dello stesso anno, prima che la legge entrasse in vigore. Era stata promulgata dal governo Craxi e istituiva presso la presidenza del consiglio un fondo “a favore dei cittadini illustri che versino in stato di particolare necessità i quali possono usufruire di contributi vitalizi utili al loro sostentamento”.

Non è stato facile far assegnare ad Alda Merini il vitalizio Bacchelli, che una prima volta fu negato. Il Bacchelli alla Merini, è un piccolo capolavoro di tenacia e di solidarietà diffusa nata da un’empatia fra due donne. In favore della poetessa milanese Bruna Alasia creò, nel giugno 1995, un battagliero comitato di solidarietà che fra i primi firmatari dell’appello “Sosteniamo un poeta” ebbe i senatori verdi Edo Ronchi e Luigi Manconi, la senatrice di Rifondazione Comunista Ersilia Salvato, il deputato dei Democratici Luciana Sbarbati, membro della commissione cultura della Camera: tutti uomini e donne della sinistra parlamentare, e l’imprenditrice Marina Salomon particolarmente versata nella comunicazione. Dall’ufficio stampa del comitato pro Alda Merini, ovverossia da Bruna, fu subito comunicata notizia alle agenzie e la proposta cominciò a girare. Nel giro di pochi giorni, al presidente del consiglio Lamberto Dini arrivò un’interrogazione del gruppo al Senato dei Progressisti Verdi – La rete, primo firmatario il sen. Edo Ronchi.  Luciana Sbarbati, vice-presidente del gruppo parlamentare I Democratici e membro della commissione cultura della Camera, scrisse al presidente del Consiglio Lamberto  Dini. Analogo intervento fece la senatrice Ersilia Salvato di Rifondazione Comunista.

Ma non solo il mondo della politica rispose all’appello, anche cinque grandi poeti, Mario Luzi, Piero Bigonciari, Andrea Zanzotto, Giovanni Raboni e Maria Luisa Spaziani sottoscrisser e tutti furono fra coloro che il 6 marzo 1995 dettero vita alla manifestazione di piazza “Poeti a Montecitorio”.

Avuta notizia del vitalizio Alda Merini ringraziò il presidente del Consiglio Dini e lo fece da par suo: “Caro Presidente, grazie per aver onorato la follia. Chi è portatore di questo Karma è colui che viaggia senza scorta, ma che conosce bene, per sua introspezione naturale, il passato, il presente dell’uomo. Egli è l’uomo per eccellenza, colui che si abbandona al destino,  che non lo risolve, che non lo annienta, ma che lo combatte con le sue spade d’ansia. Con il governo il poeta è ansioso per le sorti d’Italia  e vorrebbe che la poesia diventasse parte della legge e che la legge dell’Italia fosse il sorriso. Grazie con affetto Alda Merini”.

Alla lettera era allegata una poesia, non meno commovente:

”Oh Italia forte e generosa un tempo

 signora del passato

Italia mia naturale madre

 presso cui  piango a volte

per il destino dei maggiori poeti

Italia piena di sangue e d’amore,

madre mia privilegiata

dal suono dal colore dall’ombra

io, tua figlia degenere

che ho tato sospirato e amato

per averti nel cuore

per difendere  il tuo sacro volto,

 adesso ringrazio i tuoi figli al governo

che tendono una mano al poeta

che è un fiore delicato”.

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