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“Sono un clandestino”. Dalla Tunisia in Francia, passando per l’Italia: il viaggio di Ahmed

 

“Io qui non ci voglio stare. Voglio solo raggiungere la Francia. Devo vedere la mia bimba di tre anni che vive là con la mamma. In Tunisia non ci torno e non mi fermerà nessuno. Tu mi puoi aiutare ad andare via da quest’isola?”
Ahmed è appoggiato alla balaustra del Belvedere sotto la Madonnina davanti al porticciolo di Lampedusa. Insieme a lui altri tre ragazzi allampanati. Dice di avere 28 anni ma ne dimostra molto meno tanto è piccolo e gracile. Il viso scavato e gli occhi grandi neri come la pece. A guardarlo potrebbe confondersi con la gente del luogo se non fosse per quell’aria pensierosa e i vestiti sdruciti che lo identificano subito ai miei occhi come un fuggitivo nordafricano.
Così è infatti: racconta di essere arrivato da un paio di giorni  dalla Tunisia a Lampedusa con un barchino di legno con a bordo 11 connazionali, tra cui anche una coppia con due gemelli neonati. Dicono di essere partiti da Zarzis e di aver viaggiato per circa 24 ore su quella barchetta di proprietà di uno dei passeggeri e due motori comprati prima della partenza. Sono sbarcati su una delle spiagge dell’isola e poco dopo individuati dagli uomini della guardia di finanza che li hanno portati all ‘hotspot di contrada Imbriacola che da giorni si è riempito di tunisini. Tutti arrivati con barche di legno. Duecento circa in un paio di settimane. In questi giorni sono riusciti ad uscire dal centro attraverso un buco nella rete. Alcuni di loro sono stati visti rubare barattoli di sottaceti  e bottiglie di vino dal fruttivendolo che ha un banco abusivo di ortofrutta proprio di fronte la centrale dei carabinieri di Lampedusa. Altri si sarebbero cimentati tra loro in risse in pieno centro davanti il popolo di turisti che affolla l’isola anche a fine stagione.

Nessuno di loro però intende restare in Italia.
Ahmed è determinato infatti ad andare in Francia da clandestino. Non vuole fare richiesta di protezione internazionale in Italia perché da qui sennò non lo lasciano andare.
Saluto Ahmed dicendogli che io non lo posso aiutare: ma gli regalo due sigarette e gli chiedo se possiamo restare in contatto.
Due giorni dopo Ahmed mi manda tre foto in cui si vede lui con il volto tumefatto, un labbro sanguinante e 5 denti rotti, e un amico con una mano fasciata. Dice di essere stato pestato fuori dal centro da gente del luogo che avrebbe inscenato una vera e propria spedizione punitiva con un avvertimento a non farsi vedere più in giro.
Da quel momento con Ahmed ci sentiamo ogni giorno per due settimane di seguito. Due settimane che lo porteranno dall’hotspot di contrada Imbriacola in Francia, passando prima per Porto Empedocle, poi per Palermo e infine Torino.

Ahmed sa che prima o poi da Lampedusa lo manderanno via: sa che lo porteranno in Sicilia e che gli daranno un foglio di via. E sa che, se è fortunato, lo lasceranno andare perché soldi per riportare tutti indietro in Tunisia non ce ne sono. Così infatti succede.
Il messaggio seguente arriva qualche giorno dopo. Dopo averlo imbarcato con altri 50  sulla nave per Porto Empedocle, li sbarcano e il copione è quello che Ahmed mi aveva raccontato. Tutti con foglio di via liberi. Tranne quelli con precedenti penali, solo se commessi in Italia.
Ahmed e gli altri si sparpagliano sull’isola maggiore ognuno per la propria strada: che per lui è quella verso la figlia in Francia, per qualcuno è quella della delinquenza, per altri un’ inquietante incognita.

Io continuo a seguire la strada di Ahmed che arriva a Palermo dove resta un paio di giorni dormendo per terra in stazione centrale, senza soldi, senza mangiare e ancora dolorante per le botte prese a Lampedusa. Da Palermo arriva a Torino.
“Perché non a Ventimiglia?” , gli chiedo.
“Perché lì da una settimana è impossibile passare”.
Ahmed sa tutto , sa come muoversi, sa a chi chiedere aiuto, sa come far arrivare ad un clandestino i soldi da parte della sorella che sta in Tunisia. È chiaro che c’è una rete sulla quale può far affidamento anche se i tunisini più addentro il “sistema” sono ben diversi dal piccolo, allampanato e malvestito Ahmed.

La stessa settimana dell’arrivo del barchino con 11 tra uomini donne bambini,  è arrivato a Lampedusa un peschereccio con altri 45 tunisini. Tutti uomini, giovani, con abiti firmati e tanti soldi in tasca. Quelli che hanno tirato fuori spavaldi in segno di sfida quando con tanto di telecamera gli abbiamo chiesto se era vero che rubavano ai lampedusani: “Ti pare che ne abbiamo bisogno?” Mi dice uno di loro con un sorriso sardonico sotto la visiera del cappellino da rapper.

Chi sono questi giovani che arrivano da uno dei paesi del Maghreb più liberali che – si dice – abbia deciso di liberare le carceri  per effetto di un indulto?
Secondo le forze di polizia, sarebbero delinquenti comuni dediti allo spaccio, al contrabbando di tabacchi e allo sfruttamento della prostituzione.
E chi sono invece realmente Ahmed e gli altri meno appariscenti e meno sprezzanti? Sono come come tutti quelli che partono da altri lidi inseguendo un sogno? O sono quelli dall’inquietante incognita?

A me piace pensare che Ahmed ha davvero inseguito e raggiunto il suo sogno di rivedere la sua bambina. Il sogno che lo ha anestetizzato dal dolore delle botte ricevute a Lampedusa, che non gli ha fatto sentire i morsi della fame a Palermo, che lo ha protetto dal freddo la notte a Torino e che gli ha fatto in qualche modo valicare i confini dell’Italia.
Nel racconto che Ahmed fa del viaggio sul suo profilo FB,  la prima immagine è quella di un video girato con un telefonino mentre si avvia in macchina su una strada buia con ai lati una fila di palme.  La radio della macchina intona la canzone “Clandestino” scritta da Master Sina, un  rapper tunisino residente in Italia, e dal suo connazionale Balti, famosissimo tra i nordafricani.
Una canzone tecnicamente elementare il cui ritornello dice: “clandestino perché senza soggiorno, perché senza la mamma, perché senza ritorno…. voglio diventare ricco, facendo contento la mamma , senza cadere a picco…”.
L’ultima frase che mi ha inviato Ahmed è “Ce l’ho fatta! Sono in Francia. Inshallah spero che un giorno ci rivedremo”. Su Facebook le sue foto, stanco, ancora più scavato ma sorridente, per far sapere a tutti in Tunisia che è arrivato a destinazione. Nonostante i divieti,  le reti metalliche e il filo spinato. Nonostante le leggi e i trattati di Dublino, nonostante polizie e gendarmerie. Ahmed è passato. Lui come tanti altri che io però non ho conosciuto.

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