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Milano, l’autore del cartello di insulti al disabile si scusa. Ma sono lettere di coccodrillo

 

Io non so chi sia D.T., imprenditore brianzolo distintosi per il raffinato cartello – incluso refuso – di insulti e violenza verbalecontro il guidatore in carrozzina che, rivendicando il suo diritto a parcheggiare nel posto riservato, gli aveva procurato una multa di ben 60 euro. Pubblicando le sole iniziali si tutela la faccia di questo 40enne che ieri ha scritto una bella letterina di scuse all’associazione Ledha.

Una lettera “di coccodrillo”, visto che da quanto riferito dai giornali, questo baldo non ha neppure messo il recapito telefonico. Come dire: “va beh, vi ho pure chiesto scusa”. Basta con sta menata. Riprendendo il suo originale messaggio, questo esempio di civiltà e classe, riferiva parola più parola meno: “Tu rimani un handiccappato (nel dubbio lessicale avrebbe almeno potuto controllare in rete utilizzando il suo cellulare sicuro di ultima generazione). Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia”.

Ma se le parole continuano ad avere un senso, le espressioni di odio sono un insulto, “non sono un’opinione”. Mi avvalgo di una definizione usata come efficace titolo di una ricerca – presentata nei mesi scorsi e come altre mille cose poco valorizzata – svolta dalla onlus Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti (Cospe). Il focus del documento per la verità è il rapporto tra linguaggio e media, in particolare nell’ambito delle problematiche dell’immigrazione. In quell’occasione Beppe Giulietti, della Federazione nazionale della Stampa, si era così chiaramente espresso: “Contrastare i discorsi e le parole d’odio non c’entra con la libertà di espressione, le redazioni hanno il dovere di fare azioni serie e prendere misure contro l’hate speech. Che cambia e influenza la percezione dei lettori”.

Giornalisti o lettori, sono sempre cittadini, nel senso del termine. Vittime e carnefici di quel linguaggio che nasce da pensieri e possono muovere azioni per distruggere persone. Magari potremmo riflettere qualche secondo quando sentiamo il sangue salire al cervello e vediamo nero. Un sforzo in più per risparmiare a noi stessi e agli altri inutili lettere di coccodrillo.

Fonte: “Il Fatto Quotidiano”

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