Per scelta luciferina o per mera incapacità che sia, il ristretto gruppo dirigente della Rai -l’amministratore delegato e i suoi orchestrali- sta
uccidendo l’azienda che, in base all’European Media Freedom Act (Emfa), dovrebbe essere un media di servizio pubblico. All’Ad Rossi si addice la rinomata battuta di uno dei capolavori di Eduardo De Filippo Natale in casa Cupiello che Luca rivolge a Concetta: «o ccaffé non è cosa per te». Insomma, come Concetta Giampaolo Rossi non sa fare il caffè, ovvero non ha idea di cosa sia un’impresa che opera nell’infosfera e negli immaginari dell’età delle Intelligenze artificiali. Si potrebbe persino dubitare che l’Ad ami la televisione e la radio.
La prova provata è il grave e allo stesso tempo grottesco maccartismo che sta perseguendo. Smantellare la terza rete, diretta da Angelo Guglielmi, che scrisse pagine fondamentali della comunicazione e della cultura di massa è un disegno di puro masochismo. Non ci sono commenti se non questo, terribile e amaro. L’elenco degli emarginati è sempre più lungo: da Sara Zambotti e Massimo Cirri, a Stefano Massini, a Gianrico Carofiglio, a Stefano Bollani e Valentina Cenni, a Luisella Costamagna, a Duilio Giammaria (?). Con il clamoroso annuncio dell’uscita di scena di Federica Sciarelli, la cui storica trasmissione «Chi l’ha visto?» ha coperto un filone di inchiesta sui capitoli spesso tremendi della cronaca, con uno stile non eguagliato dai numerosi tentativi di imitazione. Per arrivare alla scabrosa vicenda che tocca la tutela legale di Report, investita da una richiesta di risarcimento ultramilionaria (estesa anche al Fatto Quotidiano) per la puntata sul caso Minetti. La caccia al dissidente (reale o presunto che sia) ha un doppio intento per la destra: sventolare prima della prossima campagna elettorale lo scalpo del canale rosso e indebolire la forza aziendale prima della scadenza (il prossimo aprile) della Convenzione con lo Stato, magari per mettere all’incanto qualche pezzo del servizio pubblico. Insomma, da una parte Telemeloni con il direttore del Tg1
baldanzosamente allineato, dall’altra un impoverimento complessivo dei programmi con il calcio sferrato alla rete di maggiore creatività, anestetizzata come fu già per il canale contiguo un tempo guidato da Massimo Fichera. All’elenco dei dolori va aggiunta l’assenza di strategia industriale, come appare dall’assenza di capacità decisionale sul futuro della società delle torri di trasmissione RaiWay, che peraltro potrebbe inserirsi con un ruolo significativo nel dibattito sul riassetto delle telecomunicazioni. Al punto cui si è arrivati non rimane che riaprire la stagione delle lotte e dei conflitti. Torna di attualità la costruzione di un movimento che attraversi i vari comparti dell’infosfera. Servono atti concreti, carichi pure di valore simbolico. Che aspettano, dunque, le opposizioni a voltare pagina,
mettendo in causa la propria partecipazione a commissioni parlamentari bloccate dall’ostruzionismo della maggioranza? Tra l’altro, siamo ormai vicini all’8 agosto, vale a dire la data di entrata in vigore dell’Emfa che sanciva l’illegittimità dell’attuale quadro di governance della Rai. Si attende l’arrivo di un Godot europeo o si recupera quella sovranità declamata ogni giorno spesso senza costrutto? Sono giorni cruciali, perché l’accelerazione sulla nuova liberticida legge elettorale si accompagna ad una stretta mediatica autoritaria, al permanere dei conflitti di interesse, alla rovinosa discesa delle vendite dei giornali. Insomma, si urli che il re è nudo: senza informazione plurale e indipendente la cosiddetta democrazia liberale scade, come lo yogurt.
(Da Il Manifesto)
