C’è un buio che non si dimentica. È il buio del sottoscala di una cucina a Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto del 1944. Dentro c’è un bambino di dieci anni, si chiama Enrico Pieri. Fuori, le raffiche della XVI SS-Panzergrenadier-Division e i complici fascisti nostrani massacrano sua madre, suo padre, le sue sorelle. Cinquecentosessanta anime inghiottite dalla furia nazifascista in poche ore di un mattino d’estate.
Enrico è sopravvissuto. Ma sopravvivere a un mattatoio non è un dono, è una condanna che si trasforma in missione. Per tutta la vita, quel bambino non ha mai chiesto vendetta. Ha fatto qualcosa di molto più pericoloso per i fanatici e per gli amnesia-protesi di ogni epoca: ha preteso la memoria. Ha donato i resti della casa di famiglia per farne un presidio di riconciliazione europea, ha incontrato migliaia di studenti, ha costretto chiunque lo ascoltasse a guardare dritto nell’abisso.
Oggi che Enrico non c’è più, la sua assenza pesa come un macigno, ma la sua voce resta incisa nelle pietre della Versilia. La sua storia non è materiale da oratoria istituzionale o da passerelle commemorative. È una lama piantata nel presente. È uno schiaffo a chi oggi tenta la solita, miserabile operazione di maquillage storico, a chi derubrica il fascismo a male minore, a chi assiste indifferente ai rigurgiti di odio nero e xenofobia.
Ricordare Enrico Pieri significa strappare la memoria alla retorica delle cerimonie e rimetterla in strada. Significa capire che di fronte alla barbarie la neutralità non esiste: o si sta con le vittime o si è complici dei carnefici. Mai più Stazzema non è una formula di rito da stampare sui manifesti. È un giuramento di resistenza civile, un imperativo politico e morale da rinnovare ogni singolo giorno per sbarrare la strada a chiunque pretenda di farci tornare dentro quel buio.
