Dal 2011 a oggi GiULiA Giornaliste ha trasformato la battaglia per la parità nell’informazione in una riflessione più ampia sul rapporto tra linguaggio, potere e rappresentazione. Il 28 settembre, in Senato, l’associazione celebra quindici anni di attività con un incontro dedicato ai diritti delle donne, alla libertà dell’informazione e alle nuove forme della cultura machista. Un anniversario accompagnato dalla medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Quindici anni possono essere un anniversario. Oppure possono diventare una lente attraverso cui guardare a un pezzo della storia recente del Paese. Per GiULiA – Giornaliste Unite Libere Autonome, i quindici anni trascorsi dalla nascita dell’associazione sono soprattutto questo: l’occasione per interrogarsi su quanto sia cambiato il modo di raccontare le donne, quanto sia cambiato il giornalismo e, soprattutto, quanto resti ancora da cambiare.
Nata nel 2011, GiULiA riunisce giornaliste professioniste e pubbliciste attorno a due questioni strettamente connesse: la rappresentazione delle donne nei media e la condizione delle donne che lavorano nell’informazione. Da una parte, dunque, come le donne vengono raccontate; dall’altra, quale spazio viene loro riconosciuto nelle redazioni e nei luoghi in cui l’informazione viene prodotta. L’associazione dichiara esplicitamente nel proprio manifesto fondativo un riferimento allo spirito democratico, antifascista e solidaristico della Costituzione.
È un doppio terreno di battaglia che spiega anche il nome: GiULiA, acronimo di GIornaliste Unite LIbere Autonome. Un nome che contiene già un programma. Non soltanto la richiesta di maggiore presenza femminile nel giornalismo, ma l’idea che l’autonomia professionale e la qualità dell’informazione siano parte della stessa questione.
La nascita di GiULiA va collocata nel clima politico e culturale del 2011. Il progetto prende forma in una fase di forte mobilitazione sul tema della dignità delle donne, della libertà di informazione e della rappresentazione femminile nello spazio pubblico.
Il primo nucleo dell’associazione si presenta pubblicamente alla fine del 2011 con un manifesto che raccoglie rapidamente centinaia di adesioni. Le promotrici arrivano da esperienze professionali molto diverse: quotidiani, televisioni, radio, agenzie, uffici stampa, freelance. Tra i nomi delle prime firmatarie compaiono, fra le altre, Marina Cosi, Silvia Garambois, Alessandra Mancuso, Tiziana Ferrario, Maria Luisa Busi, Simona Sala e Fiorenza Sarzanini.
Quella pluralità non è secondaria. GiULiA nasce infatti non come associazione legata a una singola testata o a un particolare settore del giornalismo, ma come rete capace di mettere in comunicazione professioniste con condizioni lavorative differenti: giornaliste stabilizzate e precarie, dipendenti e freelance, impegnate nel sindacato o provenienti da percorsi diversi.
Già nelle prime dichiarazioni pubbliche dell’associazione emergeva una critica a un sistema dell’informazione percepito come troppo spesso condizionato dal sensazionalismo, dalla spettacolarizzazione della cronaca e da una rappresentazione stereotipata delle donne. Ma emergeva anche un’altra consapevolezza: il problema non riguardava soltanto ciò che appariva sui giornali o nei telegiornali. Riguardava le stesse redazioni, le possibilità di carriera, il precariato e le discriminazioni professionali.
Da qui la doppia direzione dell’associazione: cambiare i media e cambiare il mondo del lavoro nei media.
Se la storia di GiULiA è una storia di parole, uno dei suoi capitoli più importanti è certamente il Manifesto di Venezia, presentato il 25 novembre 2017 nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice, proprio nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Il documento nasce dalla collaborazione tra la Commissione Pari Opportunità della FNSI, il Sindacato Giornalisti Veneto, la CPO Usigrai e GiULiA Giornaliste. L’obiettivo è affrontare un problema che il giornalismo incontra ogni volta che racconta la violenza di genere: le parole non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a costruirne la percezione.
Il Manifesto non nasce come una nuova carta censoria né come un semplice elenco di parole proibite. Al contrario, le sue promotrici lo presentarono come uno strumento culturale e di responsabilizzazione professionale. L’idea era che una maggiore attenzione al linguaggio potesse contribuire a superare stereotipi e pregiudizi e, di conseguenza, a modificare la cultura nella quale la violenza di genere si produce e viene interpretata.
Il principio di fondo è particolarmente significativo: la cronaca non è neutrale quando sceglie cosa mettere in primo piano, quali dettagli raccontare, quali parole utilizzare e quali invece lasciare fuori.
Per questo il Manifesto richiama i giornalisti al rispetto della verità sostanziale dei fatti e invita a evitare il sensazionalismo, le descrizioni morbose e la diffusione di dettagli superflui sulla violenza. Mette inoltre in discussione espressioni come “raptus”, “gelosia” o “amore criminale” quando vengono utilizzate per descrivere violenze e femminicidi, perché possono spostare l’attenzione dalla responsabilità dell’autore a una presunta motivazione sentimentale.
Il documento propone dunque una diversa grammatica della cronaca: raccontare la violenza senza trasformarla in spettacolo, senza costruire una narrazione che finisca per colpevolizzare la vittima e senza ridurre una questione sociale e culturale a un dramma privato.
Non è un dettaglio linguistico. È una diversa idea del mestiere.
Il significato del Manifesto di Venezia va quindi oltre la singola notizia di cronaca. La sua ambizione è intervenire sul modo in cui la società interpreta la violenza e la differenza di genere.
Il documento richiama anche la Convenzione di Istanbul, che individua nella prevenzione, nell’educazione e nel contrasto agli stereotipi culturali elementi fondamentali nella lotta contro la violenza sulle donne. L’informazione viene chiamata direttamente in causa perché partecipa alla costruzione dell’immaginario collettivo.
È qui che la storia di GiULiA assume un significato propriamente culturale: l’associazione non si limita a chiedere che le donne siano presenti più spesso nei mezzi di comunicazione ma chiede di interrogare il modo stesso attraverso cui una società decide chi merita di essere visto, ascoltato e nominato. Anche l’uso del femminile professionale diventa allora una questione tutt’altro che marginale. Dire “sindaca”, “ministra”, “direttrice” significa riconoscere linguisticamente una realtà che esiste già. Il Manifesto di Venezia colloca questa attenzione all’interno di una più ampia richiesta di rispetto della persona e della parità di genere. La questione è, in fondo, quella del rapporto tra linguaggio e potere: chi nomina la realtà contribuisce anche a stabilire come quella realtà verrà percepita.
È su questo terreno che arriva il quindicesimo anniversario. Il 28 settembre, dalle 15 alle 18, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, in Senato, GiULiA celebrerà i suoi quindici anni con l’incontro “GiULiA 15 anni dopo – Diritti sotto attacco. Donne contro la cultura machista”.
L’iniziativa, alla quale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito la medaglia presidenziale, assume così un valore che va oltre la celebrazione dell’associazione. Il riconoscimento istituzionale si inserisce infatti in una riflessione sulla piena attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza e libertà e sul ruolo che l’informazione svolge nella loro concretizzazione.
Il programma è costruito come un percorso attraverso passato, presente e futuro.
Ad aprire i lavori sarà Silvia Garambois, fondatrice e past president di GiULiA, con l’intervento I 15 anni di GiULiA e non solo. A seguire, Monica Paiella, della Direzione Centrale Studi e Ricerche INPS, affronterà il tema della presenza delle donne nell’informazione.
La prima sessione, significativamente intitolata “Da dove siamo partite”, affiderà a Marina Cosi, Francesca Izzo e Linda Laura Sabbatini il compito di ricostruire le radici culturali e politiche di questo percorso.
È una scelta importante: prima di parlare di futuro, l’associazione torna alle proprie origini. Perché la storia di GiULiA non coincide con una successione di iniziative, ma con una trasformazione progressiva della domanda: dalla richiesta di maggiore presenza delle donne nell’informazione alla domanda più radicale su quale informazione vogliamo produrre.
Il quindicesimo anniversario racconta anche la trasformazione di una rete nata da un gruppo di giornaliste in un soggetto capace di dialogare con istituzioni, sindacato, università e organismi professionali.
La tavola rotonda “Le compagne e i compagni di viaggio” riunirà infatti figure provenienti da mondi diversi: la direttrice di Rai Radio 3 Simona Sala, Monia Azzalini dell’Osservatorio di Pavia e del Global Media Monitoring Project, la consigliera AGCOM Elisa Giomi, il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli, il presidente FNSI Vittorio Di Trapani, la docente della Sapienza Flaminia Saccà e il linguista Federico Faloppa, componente della Rete nazionale contro i discorsi e i fenomeni d’odio.
La composizione del panel rende evidente quanto il tema si sia allargato: dalla condizione delle giornaliste alla qualità complessiva dello spazio pubblico, dalla rappresentazione delle donne al linguaggio d’odio, dai meccanismi professionali alla responsabilità delle istituzioni.
Infine, la sessione “Il futuro da costruire”, con Lara Ghiglione, della segreteria nazionale CGIL, e Serena Bersani, presidente di GiULiA Giornaliste, riporta la discussione sulla dimensione del lavoro e sulle battaglie ancora da affrontare.
Nel quindicesimo anniversario c’è dunque una domanda che attraversa tutta la storia di GiULiA: quanto può cambiare la società cambiando il modo in cui la raccontiamo?
La risposta dell’associazione, in questi quindici anni, è stata affidata soprattutto alla pratica. Formazione, campagne, iniziative pubbliche, ricerca, riflessione sul linguaggio, attenzione alla condizione professionale delle giornaliste e collaborazione con altre realtà del mondo dell’informazione hanno costruito progressivamente una cultura professionale più consapevole del rapporto tra rappresentazione e potere.
Nel 2026, GiULiA ha inoltre scelto di trasformare l’anniversario in una narrazione collettiva attraverso una campagna social. Le giornaliste dell’associazione stanno ripercorrendo, attraverso video e testimonianze, perché GiULiA è nata, cosa è stato costruito e quali battaglie rimangono aperte. La campagna parte proprio dalla consapevolezza che la storia dell’associazione sia una storia plurale, fatta di generazioni, esperienze professionali e percorsi differenti.
È forse questo il senso più interessante del quindicesimo anniversario: non celebrare semplicemente ciò che è stato fatto, ma usare quindici anni di esperienza per tornare alla domanda originaria.
Che mondo raccontiamo quando raccontiamo il mondo?
Per GiULiA, il giornalismo non è soltanto una professione. È una forma di responsabilità pubblica. Scegliere una parola, un’immagine, un titolo, una fonte o un punto di vista significa scegliere anche quale realtà rendere visibile.
A quindici anni dalla sua nascita, GiULiA torna così al punto da cui era partita: le donne, il giornalismo, la libertà. Ma con una consapevolezza maturata nel tempo: per cambiare la rappresentazione delle donne non basta cambiare qualche parola. Occorre interrogare i rapporti di potere che quelle parole riflettono, le strutture professionali nelle quali vengono prodotte e la cultura nella quale vengono ascoltate.
