Emfa, la grande incompiuta

Dai banchi di scuola al Campidoglio: la moglie di Tajani premiata al Premio Romano Mussolini

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Facciamo un piccolo esperimento mentale. Immaginiamo di essere a Berlino, anno 2026. Sala d’onore del municipio di Rotes Rathaus, stipata in ogni ordine di posto. Vengono consegnati i “Premi Figlio di Hitler – Premio alla Cultura”, intitolati a un talentuoso (e ipotetico) pianista jazz, figlio di cotanto padre, organizzati dalla nipote e patrocinati dalle massime istituzioni locali. Nel parterre, oltre a musicisti ed esponenti della moda, c’è la moglie del Ministro degli Esteri, premiata perché un tempo era la prof di liceo della nipote e organizzatrice. In Germania, sessanta secondi dopo la foto di rito, assisteremmo alla caduta del governo, a tre commissioni parlamentari d’inchiesta e alla bonifica batteriologica dell’edificio.
A Roma, invece, è semplicemente venerdì pomeriggio in Campidoglio.
D’altronde, la tecnica per far passare qualunque cosa in Italia è di una raffinatezza unica: si chiama normalizzazione affettiva. Per far digerire il cognome del dittatore nel cuore pulsante della Capitale repubblicana senza far scoppiare un caso politico non si celebra il fondatore del fascismo, ci mancherebbe altro, si celebra il figlio pianista. E pazienza se il jazzista in questione, oltre a suonare egregiamente le tastiere, ha dato alle stampe un memoir per spiegare che in fondo il Babbo era soltanto un incompreso che si era fidato delle persone sbagliate. Il suono del pianoforte copre tutto, compreso il ricordo delle leggi razziali.
Per confezionare il capolavoro serve poi un parterre all’altezza, quel minestrone umano dove il pianista jazz incontra la soprano, il giornalista d’assalto si stringe allo stilista e il tutto viene condito con il bollino dell’Accademia Tiberina, che fa sempre quel delizioso effetto da Premio Strega de noantri. Ma il vero colpo di genio, l’apoteosi del trash istituzionale che fa gridare al miracolo, resta il riconoscimento alla moglie del Ministro degli Esteri, premiata non in quanto consorte del titolare della Farnesina, no, ma in qualità di «stimatissima professoressa degli anni di studio» della consigliera Mussolini. La commovente reunion della classe 5ª B che si trasforma magicamente in un evento di Stato.
È la ricetta perfetta in salsa trash-istituzionale. Un buco spazio-temporale, in cui la famiglia Mussolini continua da decenni a muoversi tra tubo catodico e istituzioni, talk show e revisionismo sfacciato. C’è una nipote in Campidoglio, una ex sindaca di un paesino della Romagna, un’altra piantata nei salotti tivù a far l’eterna soubrette, e poi la batteria dei pronipoti, equamente divisi tra Predappio, i campi di pallone e liste politiche. Insomma, un’intera dinastia che gestisce il cognome di famiglia come fosse un marchio.
Che poi sia chiaro, nessuno dice che le colpe dei nonni debbano ricadere sui nipoti, ci mancherebbe altro. Il punto è un altro, ovvero l’uso che si sceglie di fare di quella targa di famiglia all’ombra della stessa democrazia che il capostipite aveva liquidato con due manganellate e abbondante olio di ricino. E se in mezzo a questa fiera del grottesco le nostre istituzioni stanno ancora in piedi, non è certo grazie alla loro modestia, ma solo perché la nostra Costituzione antifascista ha la pellaccia dura, ed è l’unica cosa che ci salva dal vederli premiare anche all’Altare della Patria con un bell’assolo di piano in sottofondo.

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