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Gladiatori 3.0: tratta dei baby calciatori dall’Africa, la Procura di Prato indaga

 

Si allarga a macchia d’olio la voragine della vergogna intorno all’inchiesta portata avanti dalla Procura di Prato sulla presunta tratta dei baby calciatori provenienti dal continente africano, in particolare da paesi come la Costa d’Avorio e il Senegal. Numerose le perquisizioni effettuate che hanno interessato diverse società sportive, alcune misure restrittive e tanti punti oscuri su cui si cerca ancora di far luce nell’ambito dell’inchiesta in cui si ipotizzano reati di immigrazione clandestina, falso documentale, favoreggiamento reale e frode sportiva.

Azioni che nulla hanno a che vedere con lo sport, quello vero, e la sportività ma che lontane anni luce sono anche da concetti per niente astratti come umanità e integrazione. Molti diranno che in fondo a questi ragazzini è stata data una grande opportunità che altrimenti non avrebbero mai avuto e sarebbero rimasti legati, condannati, al triste destino di vivere nei loro martoriati paesi di origine. L’opportunità, se ve n’è, data a queste giovani vite sembra la stessa che gli antichi romani sostenevano di dare ai gladiatori i quali, combattendo, rimandavano la loro pena di morte e, in alcuni casi, avevano anche la possibilità di riscattarsi. A decidere il loro destino, in ogni caso, erano i romani.

Far leva sulla disperazione per ottenerne un tornaconto economico o d’immagine. Cosa c’è di buono in tutto ciò davvero si fa fatica a comprenderlo eppure il calvario affrontato da questi baby gladiatori del terzo millennio rappresenta il sogno di tanti giovani. Gli ingranaggi del “gioco” del calcio sono il successo, il denaro e il potere… poco importa se per oliare questi subdoli meccanismi si adoperano vite umane, si sacrificano dei ragazzini e il loro futuro, i quali magari neanche si rendono conto di quanto accade e perché. La responsabilità non è solo di chi compie illeciti ma anche di chi si dichiara tifoso o peggio “sportivo”, si indigna per i soldi spesi per l’accoglienza di migranti e profughi ma trova giusto ricoprire d’oro un giocatore, anche di colore, che riesce a tirare in porta un pallone. Se il bello del gioco del calcio è lo sport tutto questo interesse economico cosa c’entra?

Gli spettacoli al Colosseo erano allestiti per intrattenere patrizi e plebei, per “distrarli” dalle decisioni del Senato, per convincerli di essere in fondo dei privilegiati rispetto a chi, meno fortunato di loro, era costretto a combattere per tentare almeno di vedere salva la propria vita. Chi cerca di convincerci che i migranti sono un grande problema perché rubano risorse e lavoro mentre i giocatori di colore rappresentano una grande opportunità da accaparrarsi a ogni costo più o meno sembra voler fare lo stesso gioco degli antichi romani. Lo sport quando diventa business non è più un gioco ma una trappola, deviata e pericolosa.

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