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Il secondo “ladrone”… A margine della morte di Pino Pelosi

 

Pasolini doveva morire, Pasolini “deve” morire, praticamente ogni giorno, come Cesare, Danton, Giordano Bruno e tanti altri testimoni di utopie o distopie troncate dalla ‘colpa’ di aver tirato la volata, in solitaria e avvertendone la voragine, ai peggiori approdi della specie umana. Sempre saputo. Ma quanto sarebbe stato più benigno, e a sua misura di adolescente di borgata, per Pino Pelosi, se la conoscenza di quell’ “uomo famoso e nottambulo” fosse avvenuta su un set di Cinecittà, plausibile e a portata di mano per chi (da ‘adolescente plebeo’) cercava, mediante i famigerati capigruppo, comparsate e companatico anche per qualche giorno; e non fra le orfiche, finto.efebiche, allupate sagome di piazza dei Cinquecento, a Roma, a metà di quegli anni settanta che già segnavano l’inizio di una decomposizione socio-antropologica (“corrompente, interstiziale”) che nulla spartiva con certe idealizzazioni del poeta friulano nel sogno di giovinezze affocate, incontaminate, generose poiché estranee al proto-consumismo, alle omologazioni “di corpo e di anima” che già imponevano le metropoli massificanti e i modelli televisivi della notorietà effimera.
Benigno, diverso che fosse stato -quel destino- non significa, ovviamente pianeggiante, piccolo borghese, ma meno ingrato, segnato, impossibile da (esso) ‘evadere’. Non fu così: dopo quella notte all’Idroscalo di Ostia, di cui fu marchiato ad unico responsabile ed esecutore materiale, Pelosi e la sua vita vennero tuffate all’ inferno, in un groviglio di tardive pene del contrappasso che, dalla lunga stagione carceraria al tentativo di riavviarsi nella gestione di una caffetteria a Testaccio (unica consolazione: un figlio avuto a tarda età e dottissimo negli studi liceali), si completano, in questa essiccata ed ingrata estate da ‘ultimi fuochi’, con una morte precoce e dolorosa. Appena mitigata dall’amicizia di Franca Leosini, sua prima intervistatrice e unica a far qualcosa, senza clamore, per alleviare la fine di Pino con un dignitoso ricovero al Policlinico Gemelli.

Cosa poter fare di più, specie per chi come noi pratica altro tipo di pubblicistica? Proporrei uno sforzo di fantasia, e non peregrina fantasia, che “renda” a Pelosi, non solo la dovuta pietas, ma il non quantificabile, ipotetico esercizio che Ettore Scola commentava… “poteva essere un’altra storia…” Quella di un ragazzotto di vita che, suo malgrado- e senza avere mai frequentato cinema,teatri, letteratura- resta per noi lo il comprimario di tante “storie scellerate” incastonabili fra “Una vita violenta” e “Accattone”, “Mamma Roma” e “Trilogia della vita” (“Decamerone”, Canterbury”, “Le mille e una notte”). E ben sapendo che proprio nei risvolti delle immagini ludico-vitaliste, delle atroci burle ricalcate dalle pagine di Boccaccio e Chaucer, si insinua la visione cinerea, per nulla ‘depensata’ o umorista, che il Pasolini della maturità (nichilista?) imprimeva alla condizione umana: peggio ancora se divorata dal non-esercizio del pensiero critico, antagonista, avversivo.
Fu così, ad esempio, che, più di una volta, rivedendo “La ricotta” (specie nella magnifica edizione teatrale di Antonello Fassari), ci ritrovammo a immaginare Pino Pelosi, quale “secondo” e ignorato ladrone (il protagonista era Stracci) di quel reale calvario di fame e suicida abboffata, troneggiato dall’ingombrante presenza di Orson Welles nel ruolo di un crapulone regista in trasferta. E poi, due anni fa, recuperando in home video l’ottimo film di David Grieco sull’umanizzato Pasolini di Massimo Ranieri (l’unico a formulare concrete ipotesi di mandanti innominabili nell’archiviato “mistero buffo” di quell’omicidio di branco) immaginare il soggetto, ed anche il ‘trattamento’, di un dramma a venire, che “veda” svilupparsi degli accadimenti “solo” dalla prospettiva di un Pino Pelosi, riscattato al ruolo di protagonista come Rosencrantz e Guilderstern nell’ “Amleto” di Tom Stoppard.
Pelosi lo merita: se non altro perché fu il primo a ‘raccontarci’ con le reticenze della paura la vera causa dell’ omicidio Pasolini. La “morte di un giornalista” intrappolato (prima ancora che intellettuale schivo e corsaro) che aveva iniziato a indagare, nelle caotiche pagine di “Petrolio”, sui criminali rapporti fra politica, economia e crimine organizzato, che hanno sempre inquinato la scena italiana dopo la Liberazione (di propaganda) dal nazi-fascismo.
Che fosse quello un primo assaggio di “mafia” e “capitale”?
Orrore, orrore….

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