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Cina, morto Liu Xiaobo, colosso dei diritti umani. Ucciso dal male e dal regime di Pechino

 

Gli appelli internazionali non sono serviti a rendere meno dolorosa la fine di Liu Xiaobo. Si è spento oggi a 61 anni a causa del tumore che lo aveva colpito da tempo. Ma almeno, ora, non soffrirà più.
Le condizioni dell’attivista democratico cinese e premio Nobel per la Pace 2010, ricoverato in un ospedale a Shenyang, nel nord-est della Cina, sono precipitate nella mattinata ed è morto senza avere accanto i suoi affetti più cari.

Gli Stati Uniti e la Germania avevano nei giorni scorsi rinnovato la richiesta di permettere al dissidente di ricevere cure all’estero. In particolare la portavoce della Casa Bianca, Sara Huckabee Sanders, aveva espresso ieri la preoccupazione di Washington per Liu e la sua famiglia, a cui è stato sempre impedito di comunicare con il mondo esterno.
L’amministrazione americana ha apertamente manifestato sconcerto sul diniego a effettuare i trattamenti medici a cui il paziente riteneva opportuno sottoporsi e si è appellata alle autorità cinesi affinché garantissero il pieno rilascio di Liu e della moglie, agli arresti domiciliari.
Anche da Berlino sono arrivate le stesse sollecitazioni e attraverso Steffen Seibert, portavoce del Cancelliere Angela Merkel, aveva manifestato “grandissima preoccupazione” per gli ultimi bollettini medici riguardanti la sua salute.
La Germania si era detta pronta a ospitare e curare il premio Nobel e chiedeva alla Cina di “dare priorità agli aspetti umanitari del caso” permettendogli di lasciare insieme ai suoi familiari il Paese come lui stesso, domenica scorsa, aveva chiesto a due medici stranieri, uno statunitense e uno tedesco, che lo avevano incontrato a Shenyang prima che si aggravasse.

Ma la Cina non ha ceduto, richiamando gli Usa e la Germania al rispetto della “sua sovranità giudiziaria”.

L’attivista 61enne era affetto da un carcinoma al fegato in fase terminale e nonostante avesse implorato di condedergli la possibilità di curarsi in centri specializzati Pechino si era sempre opposto, determinato a far scontare tutti gli 11 undici anni di carcere inflitti a Liu nel 2009 dopo l’arresto, un anno prima, per incitamento alla sovversione dell’ordine statale.

Co-autore del manifesto democratico Charta 08, documento con cui intellettuali e giuristi chiedevano riforme costituzionali e libertà democratiche in Cina, l’attivista ha dedicato la propria vita alla difesa dei diritti del suo popolo.

La sua morte lascia un’eredità importante, sarà per sempre un simbolo per i tanti oppositori al regime di Pechino, oggi più che mai ‘condannato’ dalla comunità internazionale.
Su tutte sentiamo nostre, come Articolo 21,  le parole del comitato norvegese per il Nobel che ha puntato il dito contro il governo cinese “le cui pesanti responsabilità nella morte prematura di Liu Xiaobo sono davanti agli occhi di tutto il mondo”.

La Cina ha scelto di tenerlo in isolamento, nonostante avesse annunciato la sua scarcerazione il 26 giugno.
Liu, invece, ha pagato, da prigioniero di coscienza il prezzo più alto possibile per la sua battaglia. E le autorità cinesi porteranno per sempre il peso della crudeltà che hanno inflitto a questo colosso dei diritti umani che, come una montagna davanti al vento, per quanto forte soffi, non si e mai piegato alle loro angherie. Fino in fondo.

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