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“Di padre in figlia”: il lungo viaggio verso l’emancipazione della donna

 
Capita, sia pur di rado, che la RAI si ricordi di essere il servizio pubblico e che produca dei piccoli gioielli come lo sceneggiato in quattro puntate andato in onda nelle ultime settimane su Raiuno.
“Di padre in figlia”, ideato da Cristina Comencini e diretto da Riccardo Milani, con un cast di primo livello composto da Alessio Boni, Stefania Rocca, Francesca Cavallin, Cristiana Capotondi, Matilde Gioli e altri attori meno noti ma non per questo meno bravi, racconta il lungo percorso dell’emancipazione femminile in Italia.
Attraverso le vicende di una famiglia della media borghesia veneta, i Franza, produttori di grappa in quel di Bassano, si snodano circa trent’anni di storia del nostro Paese: dall’abolizione delle case chiuse ad opera della deputata socialista Lina Merlin all’approdo delle tre figlie di un burbero padre padrone alla guida dell’azienda, passando per lo spirito ribelle del Sessantotto, per le battaglie legate al divorzio e all’aborto, per la rivoluzione sessuale degli anni Settanta e per tante altre vicende di riscatto e di progressivo affrancamento dell’Italia dalle catene di un bigottismo ormai anacronistico e lesivo della dignità di milioni di donne.

Una fiction bella, profonda e straziante nel suo mettere a nudo, ad esempio, la fragilità di una figura maschile, quella di Antonio Franza, figlio di Giovanni e fratello di Maria Teresa, Elena e Sofia, il quale viene designato dal padre come erede della propria attività e si rivela, invece, fragile, inadeguato e infine vittima del proprio senso di inettitudine, schiacciato dal peso di responsabilità più grandi di lui e dal desiderio spasmodico e disumano di affermarsi in un ruolo che non era il suo.
La tragica parabola di Antonio, che si suicida dopo essere stato ripudiato dal padre per aver compiuto una truffa legata a una spedizione di bottiglie di grappa, nel disperato tentativo di dimostrarsi all’altezza di un compito più grande di lui, è emblematica della sconfitta di una concezione totalmente sbagliata dei ruoli sociali, con la donna costantemente sottomessa e l’uomo dominante.

E Maria Teresa che si laurea in Chimica, la Pina che da prostituta si reinventa sarta e infine apre un negozio tutto suo a Milano, Sofia che si riscatta dopo un’adolescenza caratterizzata da innumerevoli turbolenze, Elena che si perde, abbandona la famiglia fino a farsi odiare dal marito e dalla propria figlia maggiore e infine riesce a rimettere ordine nella propria vita e Franca, donna ingannata e tradita che trova il coraggio di liberarsi da una condizione di subalternità innanzitutto psicologica, queste cinque figure costituiscono l’esempio opposto.
Allo stesso modo, la distilleria Sartori che si afferma utilizzando metodi più limpidi e onesti rispetto alle maniere rudi e prepotenti di Giovanni Franza incarna una certa idea di industria: un ritratto positivo del Veneto con i “calli alle mani” e, al tempo stesso, un’esortazione a non smarrire mai determinati ideali di correttezza e di sana concezione dell’imprenditoria.
Senza dimenticare gli studenti in lotta per un’università più equa e meno egemonizzata dallo strapotere dei baroni e gli operai che si battono per avere condizioni di vita e di lavoro migliori: una magnifica fiction dedicata al riscatto, dunque, con tutti i diritti che si prendono per mano e fanno fronte comune contro qualsivoglia forma di oppressione.
Diremmo quasi che, con questo capolavoro di umanità, Rai Fiction è riuscita a farci respirare per qualche ora ma, soprattutto, a darci il senso di una nuova stagione di lotte per i diritti possibile e doverosa, visto che moltissimo resta ancora da fare e che su troppi versanti si sta drammaticamente tornando indietro.

Infine, e non è da sottovalutare, anche la negativa figura di Giovanni contiene in sé un messaggio importante e positivo: la storia del figlio di una coppia di emigranti in Brasile che torna in Italia e mette in piedi, a costo di immani sacrifici, una distilleria in grado di elevare la propria famiglia dalla miseria ad una condizione di benessere.
È la riscossa, dunque, la cifra di quest’opera, il non arrendersi di fronte alle ingiustizie di qualunque tipo e il sognare una società diversa e migliore, impegnandosi concretamente a costruirla.
Trent’anni della nostra storia, un cammino attraverso la notevole eredità del secolo scorso e gli strumenti culturali per trasferire quelle sfide nella quotidianità del nostro tempo e rilanciarle immediatamente: questo ci lascia questa serie ed è un sapore bellissimo, da custodire e mettere a frutto affinché l’entusiasmo suscitato non vada perduto. Ne avevamo bisogno.

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