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“La casa dei Krull” di Georges Simenon

 

Alcuni grandi artisti possiedono una sonda speciale, sono dei rabdomanti, in grado di percepire gli avvenimenti  in arrivo con precisione a volte stupefacente. Nel 1985 Federico Fellini realizzò un film intitolato E la nave va, sulla fine dell’armonia. Nella trama il gotha della musica lirica mondiale si imbarcava per una crociera sul Mare Egeo al fine di spargere le ceneri di Edmea Tetua, la diva inarrivabile, il soprano più adorato al mondo. Ma durante la navigazione la Gloria N. prendeva a bordo profughi serbi che fuggivano dalla propria terra su barconi di fortuna, un gesto non gradito all’impero centrale che provocava accidentalmente un’azione di guerra disastrosa.  Passarono solo pochi anni e scoppiò la crisi dei Balcani, con il sanguinoso conflitto che conosciamo e che nessuno mai avrebbe potuto prevedere. Sembra quasi che l’inconscio, in cui affonda il talento creativo, contenga già ogni evento nascosto invisibilmente nelle molecole dell’esistenza. Riconducendoci al suggestivo paradosso della teoria del caos  di Edward Lorenz, secondo il quale  “il battito d’ali di una farfalla a Pechino può scatenare un uragano a New York”. Possiamo non  crederci, ma prendendo in mano l’ultimo romanzo di Georges Simenon appena uscito da Adelphi, La casa dei Krull, si rimane proprio sbalorditi, perché la storia scritta nel 1938 racconta con una folgorante anticipazione letteraria il sonno della ragione che sta contagiando l’Europa con conseguenze nefaste.

La vicenda ha luogo in Francia, in un piccolo paese sulle chiuse per il passaggio delle chiatte da trasporto, così care all’autore. Poche case ordinate, qualche osteria in cui indugiano i battellieri e i cavallari costretti alle attese, una ubriacona soprannominata Pipì (perché si accuccia e la fa per strada) che “sbriga commissioni per i marinai di passaggio ed è sbronza dalla mattina alla sera”; ragazzette annoiate in piena turbolenza ormonale, e una casa, la casa dei Krull, abitata da una famiglia proveniente dalla Germania, pertanto ‘diversa’ e poco amata.

Il capofamiglia, Cornélius, con “la sua bella barba sbianca che lo rendeva simile a un santo gotico”, non parla mai e trascorre tutto il tempo in laboratorio a intrecciare ceste con un operaio, il suo lavoro da sempre. La moglie Maria gestisce un emporio con mescita che affaccia sul quai Saint-Léonard di fronte al canale, sulla cui alzaia fa capolinea il tram prima di invertire la marcia e tornare in città. Delle due figlie la maggiore, Anna, aiuta la madre e bada principalmente alla casa e alla cucina; la minore Élisabeth  “dal lungo naso affilato” si esercita al piano per diplomarsi e dedicarsi all’insegnamento. L’unico maschio, Joseph, alto e allampanato, se ne sta sempre chiuso nella sua stanza al primo piano a preparare gli esami di medicina, chino sul tavolino accanto alla finestra, unica fuga verso la vita vera, essendo troppo timido e goffo per trovarsi una ragazza. Tanto che i suoi gli hanno già destinato Marguerite, la figlia degli Schoof, un’altra famiglia tedesca che conduce in centro un negozio di burro e formaggio, e con la quale si incontrano la domenica per pranzare insieme e scambiare quattro chiacchiere, mentre i due vecchi si appartano in salotto scambiando monosillabi e fumando le lunghe pipe di ceramica. In questo scenario di apparente serenità, piomba un giorno senza alcun preavviso un giovanotto che ha la stessa età di Joseph, un nipote di Cornélius, figlio del fratello, a chiedere ospitalità per qualche tempo, prima di raggiungere Parigi; lasciando intendere che ha dovuto trasferirsi dalla Germania in quanto “malvisto per le sue idee politiche”. Il giovanotto di nome Hans, è l’esatto contrario del cugino, alto come lui ma dotato di una eleganza naturale, una scioltezza di modi e di lingua che lo rende simpatico a prima vista: “Si muoveva con disinvoltura e i suoi gesti erano aggraziati come quelli di un ballerino, e gli occhi, che erano piccoli,  sprizzavano gioia di vivere, e forse malizia”. Provvisto peraltro di una sfacciataggine che gli consente di non arrestarsi di fronte a nulla. Sa aggirarsi senza far rumore,  è sempre presente dovunque, gli bastano poche ore per impadronirsi della disposizione della casa, e non meno della psicologia delle persone, delle quali apprende in fretta vita, morte e miracoli.

La famiglia non sa sottrarsi alla sua invadenza e gli riserva una camera al primo piano, in cui il giovane si istalla, servito e riverito, senza tirar fuori un soldo, sedendosi a tavola, colazione pranzo e cena, “tutto compreso nella solennità della vita”.  Hans, al contrario dei  suoi parenti che sono stati naturalizzati francesi e cercano per prudenza di camuffare quanto più possono la loro origine, sembra “provare un piacere perverso ad apparire straniero, a parlare tedesco, a fare ordinazioni bizzarre nei caffè”, a mettersi in mostra impicciandosi degli affari degli altri senza riguardi, trascorrendo molto tempo a ciondolare in strada. Così non gli sfugge l’eccitazione del cugino Joseph, terribilmente inibito, quando la figlia sedicenne di Pipì, Sidonie,  che “si atteggiava a signorinella, o meglio a sgualdrina elegante” passa al braccio di un’amichetta più giovane di lei, provocandolo. E la sera, passeggiando con lui, ne osserva il tremore delle mani e il labbro imperlato di sudore, se intravvede una coppietta darsi piacere seminascosta tra gli alberi della banchina. Mentre lui non si fa scrupoli neppure con la cuginetta, emozionata per l’arrivo in casa del ragazzo e proiettata verso chissà quali sogni di affrancamento dalla vita senza sbocchi che conduce, sentendosi “un maggiolino legato a un filo”. Una mattina Hans la sorprende sola in camera, forse in palpitante attesa; “il letto non era ancora rifatto e lei non portava niente sotto il grembiule”,  così la prende senza riguardi vincendone le fragili resistenze con l’aiuto di un po’ di violenza, e continuando poi ad approfittarne ogni volta che ne ha voglia.

La madre, che ha fiutato l’indegna  tresca, non parla, timorosa di muovere le acque, prigioniera e quasi paralizzata da quella calma piatta che diventa ogni giorno più minacciosa. Né parla il cugino che pur detestando l’intruso è ammirato dalla sua spregiudicatezza e in segreto ne spia eccitato gli incontri con la sorella.  Hans è un mascalzone, lo sanno tutti in famiglia, ma nessuno trova il coraggio di metterlo alla porta, anzi la sua presenza per quanto scomoda è diventata quasi necessaria al mantenimento di un equilibrio malato. Fino al giorno in cui un malaugurato imprevisto spezza quel sinistro incantesimo. Una mattina di sole in quel fulgido principio d’estate è proprio Hans, uscito in strada a fumare in pigiama e pantofole, a scorgere nell’acqua del canale un cadavere nudo che galleggia tra le chiatte; accorrono i gendarmi, il corpo viene ripescato, è quello di Sidonie, che si pavoneggiava a braccetto  dell’amica, facendosi beffe di Joseph quando il ragazzo le seguiva nell’oscurità senza trovare l’ardire di rivolgere loro la parola. Il villaggio è sconvolto, Pipì l’ubriacona teatralmente piange e si dispera cominciando ad accusare a vanvera proprio gli stranieri “depravati”, che si nascondono dietro una facciata di rispettabilità; e aizza la folla contro di loro, incurante di tutte le volte che è andata a bere senza pagare al banco della zia Maria.

Anche Germaine, l’amica di Sidonie, “tracagnotta, con i seni prorompenti e le natiche che invogliavano alle sculacciate”, che si sente al centro dell’attenzione perché interrogata dalla polizia, non perde occasione di sobillare i marinai contro i Krull, e ogni sera, all’uscita dal negozio dove lavora da commessa, passa e ripassa per sfida davanti alla loro casa indossando uno sfacciato cappello rosso. Il maggiore indiziato è Joseph, che trema di paura dietro la finestra e nega ogni addebito con il commissario capo che va a interrogarlo nella sua stanza. Ma pur non essendoci prove contro di lui, giorno dopo giorno l’ostilità della cittadina si tramuta in odio per lo straniero, con la crescente tentazione a farsi giustizia con le proprie mani. L’intera comunità sembra aver perduto il lume della ragione, mentre i Krull cercano di mantenere un atteggiamento dignitoso, di non farsi sopraffare dal panico, asserragliati dietro i muri di casa. Soltanto Hans sembra non soggiacere a quella psicosi collettiva, e con il suo atteggiamento strafottente mette ancora più in difficoltà i parenti che lo scongiurano di andarsene. Invano; il commissario ha trattenuto anche a lui il passaporto.

Fino a che la situazione degenera, la polizia è in balia dell’opinione pubblica inferocita. Cosa succederà? Chi è stato il vero assassino della povera Sidonie che è stata strangolata ed era ancora vergine secondo le dichiarazioni del medico legale?  La tensione si esaspera, appaiono  scritte spietate, “morte agli stranieri”, che annunciano la tragedia imminente.  Ma tutti fingono di non vedere,  replicando nel piccolo villaggio quella stessa  colpevole cecità verso l’ intolleranza, il  razzismo, l’antisemitismo, che sta per travolgere l’Europa e scatenare una guerra sciagurata con trenta milioni di morti. Ma di questo il romanzo non parla, perché nel ‘38 tutto doveva ancora succedere, e forse neppure Simenon poteva supporre quanta allarmante verità si celasse nelle sue pagine, scritte con inchiostro avvelenato. Un’altra opera indimenticabile, un capolavoro partorito da un medium.

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