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Spero che chi ha assistito alle mie aggressioni trovi il coraggio di farsi avanti

 

L’anno scorso sono stata costretta a trascorrere il capodanno lontano da Napoli e dalla mia famiglia: una scelta necessaria per preservare la mia incolumità. Il 21 dicembre del 2015 venivo brutalmente aggredita da una coppia di coniugi, mentre mi trovavo nel Parco Merola di Ponticelli per documentare l’avvio di un’opera di street art. È lì che vivono i miei aggressori e in quello stesso parco, nei mesi precedenti, avevo avviato un percorso ambizioso: denunciare il degrado, accendere i riflettori sulle crepe di una realtà fatiscente per riscattare le sorti di quel luogo. Mai avrei pensato che questo potesse voler dire mettere a repentaglio la mia incolumità di donna, prima che di giornalista.
Dalle mie parti, tra i cultori della malavita, vige una barbara tradizione: sparare in cielo per festeggiare. Così, per evitare che un proiettile mi finisse “accidentalmente” conficcato in una tempia, mi sono vista costretta a trascorrere il capodanno più buio della mia vita. Non sapevo cosa avrei trovato ad accogliermi, questo era il pensiero che mi arrecava maggiore turbamento: il volto del mio aggressore raffigurato su quell’opera d’arte che la sua stessa ferocia mi ha impedito di documentare, è stata la risposta.

Un chiaro presagio che preannunciava quanto sarebbe stata tumultuosa la strada da percorrere per impostare delle basi sicure sulle quali rifondare, non solo le mie abitudini lavorative, ma tutta la mia vita. Forte, prezioso e risolutivo si è rivelato l’intervento del SUGC e della FNSI: la “scorta mediatica” da loro introdotta nella mia vita, ha costruito un vero e proprio ponte che mi ha permesso di oltrepassare il disagio, l’isolamento e le ostilità che pericolosamente si facevano spazio nella mia quotidianità.

La polizia investigativa di Ponticelli, dal suo canto, non si è limitata a portare avanti un’indagine per far luce sulle mie aggressioni e per vederci chiaro anche sulle circostanze che hanno portato un pregiudicato a finire raffigurato su un murales: hanno saputo creare le condizioni ottimali, “dentro e fuori” di me, per consentirmi di ritornare a lavorare nel mio quartiere, senza paura e senza espormi ad ulteriori pericoli.

Le aggressioni che ho subito, paradossalmente, hanno dato il via a “una nuova moda”: le minacce, le intimidazioni, i consigli, gli avvertimenti, le citofonate nel cuore della notte sono una costante che si ripete e che accompagna ogni singolo articolo in cui parlo di camorra. La madre di Raffaele Cepparulo, il boss dei Barbudos ucciso in un agguato a Ponticelli lo sorso giugno, mi ha giurato che verrà a sfogare tutto il suo dolore su di me, se scriverò ancora di suo figlio.

Ad agosto, mentre mi trovavo in vacanza ad Acciaroli, la terra di Angelo Vassallo, la mia auto è stata vandalizzata due volte. Qualcuno non ha gradito che non mi limitassi a fare la turista. Ho raccontato delle piazze di spaccio che pullulano nel cuore della movida estiva acciarolese e ho iniziato a lavorare su un dato che mette terribilmente in discussione la favola dei centenari cilentani: l’allarmante incremento del tasso di mortalità per patologie tumorali nella fascia d’età compresa tra i 30 e i 50 anni. Tornata a Ponticelli, mi è stato intimato di stare lontana dal Lotto O, lo stesso rione in cui è avvenuto l’agguato di Cepparulo e che sta facendo registrare parecchia agitazione, sul fronte camorristico.

Qualcuno mi incontra per strada e preferisce chinare il capo per evitare un “saluto scomodo”, qualche commerciante mi invita ad uscire, quando, da semplice cittadina, mi reco in un negozio per comprare il pane o una t-shirt. “Non siamo contro la camorra”: questa la motivazione per la quale sono una cliente poco gradita.
Da qualche mese, però, è sorto un comitato dei cittadini, composto da casalinghe, liberi professionisti, pensionati, lavoratori umili ed onesti, che hanno voluto fortemente stringersi intorno a me per dimostrare che Ponticelli non è solo una terra di camorra ed omertà, ma anche un presidio di persone perbene che guardano al mio lavoro con stima ed ammirazione.

Il 2017 sarà un anno che porterà alla fortificazione di quest’unione d’intenti e nel quale vorrò lavorare in sinergia con le persone che non hanno paura di tendermi la mano per non cedere neanche un centimetro di territorio a chi vorrebbe vedere primeggiare il credo camorristico: tante le idee in cantiere cullate dalle forze di polizia che mi tutelano per inviare un segnale chiaro a coloro che pensano di poter fermare la mia penna con l’impeto della violenza e delle minacce. L’8 giugno 2017 rivedrò i miei aggressori in un’aula di tribunale e accanto a me ci sarà il SUGC, costituitosi parte civile durante la prima udienza dello scorso 20 ottobre. L’unico sogno che spero di vedere realizzato nel 2017 è che qualcuno tra i tanti testimoni che hanno assistito alle mie aggressioni, trovi il coraggio di farsi avanti per raccontare quello che ha visto e iniziare così a scardinare il rigido muro d’omertà che protegge le malefatte di chi vive nel rispetto delle regole della camorra.

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