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Bolivia, paradossi del socialismo andino

 

La Paz – Dopo la decisione di Evo Morales di candidarsi alla presidenza per la terza volta nel 2019, anno della scadenza del suo secondo mandato, si accendono nuove polemiche su questa eventualità, che apparentemente viola la Costituzione boliviana, la quale limita a due mandati la rielezione. Un leader carismatico, un vice bianco

Tre le opzioni contemplate, per modificare la carta magna costituzionale in tal senso:

  1. Una riforma elaborata dall’Assemblea Legislativa.
  2. Un referendum popolare, previa raccolta di un certo numero di firme.
  3. Appello al Tribunale Costituzionale.

Alla luce della consultazione popolare di febbraio, che ha già votato contro tale modifica, le due rimanenti appaiono comunque forzature nette e poco democratiche. Morales.webloc

Il vice-presidente Álvaro García Linera, si è già elegantemente sfilato dalla contesa, dichiarando che non tornerà a candidarsi per il medesimo incarico nel 2019.Linera ha legato il suo destino politico al fianco di Morales fin dall’inizio del primo mandato, nel gennaio 2006. Pur appartenendo ai ceti alti, di carnagione bianca e discendenza spagnola, è boliviano doc, nato a Cochabamba, una delle città più antiche. Si è sempre battuto per i diritti delle etnie indigene, facendo parte in gioventù del gruppo guerrigliero Tupac Katari.

Arrestato per terrorismo, subì anche un’accusa di sottrazione di fondi universitari, alla quale si oppose con veemenza.  Linera .webloc

Nella maturità, ha trovato un equilibrio, e contribuito a bilanciare l’indole fumantina del suo leader. Con un approccio pragmatico nei confronti dell’estrazione di idrocarburi, pur mantenendo tecniche compatibili con il rispetto dell’ambiente. Compito ingrato causa i continui conflitti nelle miniere. La sua eventuale candidatura al posto del presidente, appare comunque improbabile. La società boliviana è indios per oltre il 50%; tra costoro prevale in larga maggioranza l’etnia Aymara, la stessa di cui fa parte Evo. I bianchi nel Paese continuano a essere élite finanziariamente potente, senza amalgama con gli altri ceppi etnici, ma rimangono una minoranza poco incisiva dal punto di vista elettorale. Tornando all’estrazione, il rapporto del governo socialista con le miniere cooperative è alquanto deteriorato. Quello che è successo al viceministro dell’interno, ha fatto scalpore nel mondo.

Sequestrato e ucciso

La seconda settimana di agosto 2016, i minatori dichiararono sciopero nazionale per protestare contro la sindacalizzazione dei cooperatori, la legge 535 che impedisce gli investimenti privati nelle concessioni cooperative, subordinando codeste alla Comibol (Corporazione Mineraria Bolivia, organo statale) e contro i paletti ambientali. Un paradosso sociale, tipico di un país muy atipico come questo; un sistema cooperativo, nato per contrastare il liberismo delle multinazionali che negli anni ‘80 gettò sul lastrico 20.000 minatori, formato da circa 800 micro-imprese, è oggi sotto l’egida di padroncini intolleranti a sindacati e vincoli costituzionali che sanciscono il controllo statale sull’estrazione, privata e cooperativa. Durante le trattative, scoppiarono violenti scontri tra scioperanti e polizia, e sparatorie che uccisero tre minatori in due giorni. Il 26 agosto, il vice-ministro degli Interni Rodolfo Illanes, che si era recato a Panduro nell’epicentro della protesta per mediare, fu sequestrato da un gruppo di facinorosi, e picchiato a morte.

Il suo cadavere fu rinvenuto solo in seguito. Seguirono 120 arresti, tra cui quello del capo di una cooperativa, Carlos Mamani, accusato come istigatore. Mineros.webloc

Il conflitto d’interesse tra estrazione e contadini che si battono per la tutela dei terreni coltivabili, aggiunge benzina sul fuoco di una turbolenza sociale che in Bolivia è costante. L’ascesa al potere di Morales, ex sindacalista e cocalero, (coltivatore di coca) ha ridato fiato nell’ultimo decennio alla raccolta, sdoganando i campesinos dalla clandestinità, ma ponendo limiti severi alla produzione illegale di cocaina. La legge permette la coltivazione solo ai fini medici e contro il “mal d’altura” causato dall’altitudine, tramite infusi (mate de coca) e masticazione di foglie secche. Ciononostante, la Bolivia rimane il 3°paese al mondo, dopo Colombia e Perù, per la produzione di cocaina.

Conclusioni

 

Il mese di novembre è stato caratterizzato da due dichiarazioni da parte di Morales e Linera, apparentemente contrastanti, ma in sintonia con la natura atipica del socialismo boliviano.

L’elogio funebre a Fidel Castro, celebrato come il leader che ha cambiato la storia americana, e d’altro canto, il riconoscimento di Donald Trump, autore di un taglio drastico alla politica ingessata dell’establishment statunitense. Secondo Linera, la sua è una sorta di “rivoluzione passiva, causata dal malessere sociale post-globalizzazione, e incanalata dalla destra conservatrice”. Con i democratici che assistono attoniti all’emorragia del loro elettorato storico. La dichiarazione di Linera è un nulla osta implicito alla riapertura delle relazioni tra i due paesi, ferme dal 2008, dopo la cacciata dell’ambasciatore Usa.

La Bolivia rimane, dopo la morte di Chávez e il conseguente crollo venezuelano, il decesso del Líder Máximo, e la fine del kircherismo in Argentina, l’unica alternativa reale a un liberismo imperante, non solo americano, ma globale.

(foto di Flavio Bacchetta) Articolo originale pubblicato da il fatto online.webloc

Approfondimenti

La tesi di Linera sulla rivolta “passiva” contro la globalizzazione liberista che ha prodotto e reso cronico precariato e sfruttamento, il cui copyright Trump ha sottratto alla “sinistra” democratica, cela nelle sue pieghe la tattica vincente del miliardario statunitense, ai fini di accalappiare il consenso e i voti del proletariato bianco, il più colpito, insieme a quello europeo, da questo fenomeno irreversibile. Uno strumento che il ceto ricco, vero motore della politica populista di The Donald, usa in realtà per innescare una guerra tra poveri e rendere il magro salario della fanteria operaia, un frutto pregiato da difendere con le unghie e i denti. Contro gli “usurpatori” clandestini messicani, che invece fanno comodissimo ai fini di coprire con due soldi i ruoli più ingrati, dentro l’inferno di miniere e catene di macellazione bovina dei vari fast food nazionali.

Divide et impera è sempre stata l’arma vincente del potere, dai cesari romani a quelli attuali.

I frutti avvelenati del liberismo di Margareth Thatcher nel ’79 e Reagan l’anno successivo, irrorati dalla speculazione del capitale finanziario, oggi crescono incontrollati, trovando terreno fertile anche nelle banche europee. Deutsche Bank, Mps e Santander spagnola, in testa per ordine di abusi, si sono trastullate senza ritegno con derivati e hedge funds, scopiazzando gli istituti statunitensi che già avevano causato, dal 2006 in poi, tramite i mutui subprime, gli orrori ben noti. L’abilità di Trump, che da tale tendenza è uno di quelli che ha ricavato i maggiori vantaggi, è stata di aver persuaso i citrulli di essere contro il sistema, e conquistare il potere. Un vero Macchiavelli, anche se probabilmente il magnate ignora chi fosse costui. Però la sua ignoranza non è un freno, tutt’altro. In un mondo dove Mc Donald e centri commerciali sono lo scopo dell’esistenza di tanti americani ed europei, la filosofia della clava e del winchester è la sua carta vincente.

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