Da facebook, a twitter a youtube. Le parole d’odio inondano i social #nohatespeech

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Il razzismo corre sul web. Il razzismo e l’odio che da questo scaturisce. Se abbiamo molte volte detto e ripetuto che i social sono spesso artefici dell’onda di parole di odio che cresce e si autoalimenta da un tweet ad uno stato facebook ad un filmato you tube, oggi ne abbiamo la certezza. Consapevole della gravità e delle conseguenze dell’hate speech, lo scorso maggio Vera Jourovà, politica ceca responsabile per la giustizia della commissione europea, ha fatto firmare un codice di condotta contro l’odio nel web a facebook twitter, you tube e microsoft. Il codice li impegnava a valutare qualsiasi segnalazione fosse arrivata su post, fotografie e video di tipo discriminatorio nel giro di 24 ore.

Siccome fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, dodici associazioni e organizzazioni di nove Paesi (Ce n’è anche una italiana: l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar)) sono state incaricate di controllare i contenuti dei social tra il 10 ottobre e il 18 novembre 2016, segnalare ufficialmente hate speech e accertare se la rimozione dei contenuti offensivi, dopo le segnalazioni, venivano effettuati. Ma questa era solo una parte del controllo, quella ufficiale.
Ma (e attenzione perché questo è un particolare importante) per sorvegliare, le organizzazioni si sono avvalse anche di persone di loro fiducia che come normali cittadini segnalavano abusi e hate speech, dunque i social monitorati non sapevano che queste persone prendessero parte al controllo correlato al codice di condotta.

Bene, in cinque settimane sono piovute ben 600 denunce, ben 120 a settimana : nel 23.7 per cento dei casi riguardavano contenuti anti-semiti, nel 21 per cento, interventi o foto o video che prendevano di mira cittadini di Paesi di cui sono originari ad esempio i migranti. E poi Islamici, neri, zingari sono gli altri bersagli dell’odio della Rete.

Ed ecco i risultati: il social che risulta spargere più parole d’odio risulta facebook, con 270 segnalazioni, segue twitter con 163 , youtube con 123. le altre denunce riguardano invece social che non hanno firmato il codice di condotta con la commissione europea. Microsoft nessun richiamo.
Nel 28.2 per cento dei casi il contenuto segnalato è stato rimosso; facebook lo ha fatto per il 28.3 per cento delle segnalazioni, twitter nel 19.1 per cento e YouTube nel 48.5. Da notare che non a tutte le segnalazioni è stato dato un seguito, anzi. Ma ciò che è più inquietante è che più del doppio delle cancellazioni di YouTube è effetto di segnalazioni ufficiali, ovvero di quelle che i social sapevano provenivano dalle organizzazioni incaricate dalla Commissione europea…anche Twitter si attiva quando la segnalazione è ufficiale rispetto a quelle di navigatori comuni (33 per cento contro 5); per quel che riguarda l’organizzazione italiana ,l’ Unar ha ottenuto rimozioni del 3,6 per cento sulle sue oltre 50 segnalazioni.

Da questo cosa possiamo dedurre? Che il web si sta trasformando in un Far West, in una terra franca di fatto insensibile a qualsiasi controllo o possibile sanzione, forte della massa immensa di utenti che ha dietro. Sembra di vedere le centinaia di milioni di visi che dietro gli schermi illuminati dei computer sputano odio per sfogare frustrazioni e problemi personali, spargendo semi di intolleranza e violenza.

Ma a chi giova coltivare questi semi? In realtà, con tutta probabilità, a chi gestisce i social non interessa granché cosa viene scritto e diffuso. Ma inibire lo sfogo del singolo su un qualunque argomento rischia di fargli perdere i contatti, vitali per la loro sopravvivenza. Dunque meglio non bloccare, anzi, eventualmente incoraggiare un argomento che “rende” . Insomma, l’insulto e le parole dell’odio sul web funzionano un po’ come era per le risse televisive , quegli pseudo salotti in cui ognuno dava sulla voce all’altro. Finché le persone continuavano a restare sintonizzati su programmi urlati e beceri , nessuna tv rinunciava agli ascolti che quello spettacolo, seppure avvilente, portava. Oggi alle grida, alle vene del collo gonfie dei personaggi tv, il popolo del web preferisce gli insulti che lui stesso può vomitare in rete. Insomma è una questione economica (se con qualcosa ci si guadagna nessuno la fermerà mai ), una questione sociale (imbarbarimento dei rapporti umani provocato anche dalla crisi e alla mancanza di offerte valide sotto il profilo culturale) una questione culturale, appunto, si nota analfabetismo di ritorno nei tweet o negli stati di FB con drammatici errori di ortografia e sintassi e dove la consecutio temporum è uno sbiadito ricordo.

E’ importante che i social stessi, però, trovino vantaggio in una funzione veramente di crescita socio culturale. Occorre trovare un mezzo per dare loro la mission che un tempo era del Servizio Pubblico, ovvero didattico e formativo. Chissà che questo non possa farlo e non possa partire proprio dalla Rai, avviando piattaforme interattive che catturino sempre più navigatori del web e utilizzando i social in modo più massiccio, orientando così la loro funzione e il loro ruolo in modo produttivo ed educativo per una crescita sociale. E’ un lavoro immenso che ha bisogno di programmazione e di menti veloci e giovanissime. Un lavoro da fare subito e in modo incisivo, però.

Solo così forse l’hate speech si trasformerebbe in un’onda che pian piano si spegne arrivando a riva. Non in uno tsunami che rischia di travolgere il vivere civile del nostro Paese.


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