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Arte e meraviglia per sorridere ancora

 

Nel giorno in cui si svolge, a Stoccolma, la cerimonia di consegna dei premi Nobel, tra cui quello, controverso ma, a mio giudizio, meritato, a Bob Dylan per la Letteratura, è opportuno prendersi qualche minuto di pausa dall’asfissiante dibattito politico cui stiamo assistendo ormai da mesi e concentrarsi su alcuni anniversari culturali che vale la pena di ricordare.
Partiamo dal mondo del cinema, dove Kirk Douglas ha appena compiuto cento anni, tagliando così il prestigioso traguardo che Olivia de Havilland, indimenticabile protagonista di “Via col vento” di Fleming, aveva tagliato lo scorso 1° luglio.
E mentre piangiamo la recente scomparsa di Greg Lake, punto di riferimento musicale di un’intera generazione, ricordiamo che ricorrono i quarant’anni dalla Woodstock italiana del Parco Lambro: un raduno che, a differenza dell’immortale manifestazione pacifista di sette anni prima negli Stati Uniti, sancì di fatto un passaggio d’epoca, con la fine dell’età della comunità, della solidarietà, della fratellanza e dell’idealismo spinto quasi all’estremo e l’inizio della tristissima stagione individualista e un po’ cialtrona che stiamo tuttora vivendo.

Anche nel mondo della letteratura, tuttavia, ricorrono grandi anniversari: i centodieci anni dalla nascita e i trentacinque anni dalla morte di Eugenio Montale, i novant’anni dalla scomparsa dello straordinario poeta tedesco Rainer Maria Rilke, gli ottant’anni dalla scomparsa di Luigi Pirandello e i vent’anni dal conferimento del premio Nobel per la Letteratura alla poetessa polacca Wisława Szymborska, purtroppo scomparsa il 1° febbraio 2012. Cosa rimane, dunque, di loro? Perché ancora li celebriamo, li amiamo, ci sono rimasti nel cuore? Forse perché, con la loro infinita umanità e dolcezza, con quei versi aspri, profondi, a tratti delicati e a tratti tremendi come pugni nello stomaco, con quella prosa elegante e quella capacità di sfiorare le corde dell’anima, riescono anche in un passaggio d’epoca delicato come quello che stiamo attraversando, fra incertezza, disperazione sociale e problemi d’ogni sorta, a trasmettere un minimo di umanità, consentendoci di riflettere senza evadere dalla realtà e, al tempo stesso, di ritrovare un po’ di pace con noi stessi.

Se ancora siamo in grado di sorridere e di guardare alla barbara Ungheria di Orbán con un briciolo di benevolenza, ad esempio, il merito è anche dello scrittore Péter Esterházy, scomparso lo scorso 14 luglio a soli sessantasei anni a causa di un tumore al pancreas.
Non dimenticheremo mai le ore trascorse in loro compagnia, come se ci avessero preso per mano, come se fossero stati maestri, amici, genitori, fratelli maggiori o, semplicemente, compagni di viaggio e d’avventura, conforto dei momenti difficili e ulteriore gioia di quelli felici. Per questo non possiamo farne a meno, con quel fiume di parole che ci penetra in gola e scende giù, nobilitando finanche le viscere di una comprensibile e motivata rabbia.
E così, in questo procedere incerto, in questo lieve, incomprensibile, furente andare, letteratura, arte e bellezza continuano, per fortuna, a infonderci coraggio, regalandoci spesso la forza di guardare al domani, anche quando esso ci appare, come di questi tempi, assurdo e privo di senso.
Infine, a proposito di arte e bellezza, consentitemi di ricordare due ragazzi e un collega: Riccardo Neri e Alessio Ferramosca, giovanissime promesse della Juventus, scomparse esattamente dieci anni fa a soli diciassette anni, cadendo nel laghetto ghiacciato del centro sportivo di Vinovo mentre inseguivano un sogno che, senza quel tragico incidente, oggi forse sarebbe realtà, e Alberto D’Aguanno, giornalista sportivo di Mediaset, stroncato da un malore a soli quarantadue anni.
In questa Spoon River che abbraccia vari ambiti, anche le loro storie hanno diritto di cittadinanza, in quanto anche loro regalavano poesia e meraviglia e anche la loro, in fondo, era una forma d’arte. Non ci sono più e non è retorico asserire che ci sentiamo tutti un po’ orfani di quel loro scrutare l’orizzonte per volgere sempre lo sguardo in avanti, là dove solo i sognatori hanno il diritto di volare.

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