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Tina Anselmi: ora e sempre Resistenza!

 

Se ne va Tina Anselmi e, con lei, probabilmente, scompare per sempre una certa idea di politica e di comunità.
Perché la Anselmi, prima donna ministro, presidente della Commissione d’inchiesta sulla P2, per tanti anni deputata e punto di riferimento della Democrazia Cristiana in Veneto, questa donna mite e fermissima nelle convinzioni e nei propositi incarnava una visione del mondo che, nel corso del tempo, si è via via affievolita, fino quasi a svanire.
Tina Anselmi, la staffetta “Gabriella”: una ragazza di diciassette anni che diventò partigiana per ribellarsi all’oppressione nazi-fascista e all’impiccagione di trentuno ribelli, in quell’Italia distrutta, devastata dell’orrore e dalla barbarie.
E poi l’impegno nel sindacato, in difesa di quelle donne dalle “mani lessate” nelle filande di un Veneto lontano anni luce dalla potenza industriale degli ultimi decenni; un Veneto in cui il Po, esondando, causava un disastro e ci si ritrovava a spalare il fango tutti insieme, comunisti, socialisti, democristiani, liberali, in nome di quei valori di comunità, solidarietà e responsabilità verso il prossimo che erano stati i cardini della Resistenza e che costituivano la biografia morale della Anselmi.

Perché è in quel Veneto, agricolo e desideroso di guardare al domani, che partì l’avventura della prima donna a diventare ministro della Repubblica, prima al dicastero del Lavoro, poi in quello della Sanità, innovando e rendendosi protagonista di una straordinaria, e forse irripetibile, stagione di diritti e conquiste sociali, come ad esempio l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, al fine di garantire a tutti un’adeguata assistenza nel momento della difficoltà e del bisogno.
Una vita spesa al servizio degli ultimi, dei deboli, di quella parte della società che non fa mai notizia, che non finisce sui giornali, di cui pochi sono a conoscenza e verso cui molti provano, segretamente, disprezzo. La Anselmi no, e quella scuola dei poveri è stata, al contrario, la sua forza e il suo orgoglio: con sobrietà, senza retorica, senza proclami, con la fierezza di una figlia del popolo che a quello stesso popolo ha saputo restituire la propria passione e il proprio impegno, fino alla fine, senza mai risparmiarsi né smettere di lottare, di scoprire, di credere nella possibilità di costruire, tutti insieme, un avvenire migliore.

Una sognatrice indomita, una combattente, una partigiana nell’animo e nelle idee che in quella lotta aveva trovato il proprio destino e da quella lotta aveva tratto un coraggio non comune: lo stesso con il quale si batté contro il demone della P2, contro l’eterno e latente fascismo italiano che, già in quegli anni, scavava sotto traccia, minando le fondamenta del nostro stare insieme e assaltando la Carta costituzionale, patrimonio ed emblema della Resistenza e dei suoi princìpi basilari.
Una donna, fortissimamente donna, che con l’andare degli anni aveva acquisito ancora più grinta e più passione civica, senza mai rassegnarsi, senza mai lasciarsi andare, continuando a cercare, ad apprendere, a battersi e a sperare, includendo e conducendo le giovani generazioni lungo il sentiero di una riscossa collettiva della quale Dio solo sa quanto avremmo bisogno.
Non si è mai arresa, non si è mai lasciata guidare dalla corrente, ha navigato spesso, quando l’ha ritenuto necessario, in direzione ostinata e contraria, subendo per questo accuse e insulti, tra cui quello, odioso, di complottismo: la violenza subdola e feroce che si è sempre abbattuta contro tutti coloro che hanno sconfessato le verità ufficiali e denunciato, senza paura e senza infingimenti, le trame e i misteri di un Paese mai davvero libero di volare e di essere se stesso, attraversato da troppi segreti e sconvolto da troppo sangue e da troppe stragi.

Eppure Tina, nonostante tutto, non ha mai smesso di coltivare l’illusione, forse ingenua ma senz’altro affascinante, di vivere in un Paese e in un mondo più buono e più giusto, conservando con scrupolo quegli ideali resistenziali che rappresentavano la sua essenza e la sua missione di vita.
Di lei conservo un piccolo ricordo personale, quando, a pochi giorni dall’elezione del Capo dello Stato, nella primavera del 2013, ci ritrovammo presso la libreria ARION in via Milano, su invito di Roberto Di Giovan Paolo e Anna Vinci, per la presentazione di un documentario dedicato alla Anselmi, “la nostra presidente”: un auspicio in assoluto contrasto con lo spirito del tempo, visto come andò a finire quell’elezione e le conseguenze che le scelte di quei giorni hanno avuto sul prosieguo del nostro cammino.
Nonostante ciò, seguendo il suo esempio, abbiamo continuato a cercare, a costruire, a guardare avanti, apprezzando molto la scelta di eleggere, nel 2015, Sergio Mattarella e ricordando una telefonata intercorsa nell’estate del ’78 fra Pajetta e Zaccagnini, all’epoca segretario della DC, nella quale, a pochi mesi dalla tragedia di Moro, con il sangue dello statista democristiano ancora caldo nella memoria collettiva, pare che il comunista Pajetta abbia detto al telefono: “Mi hai dato la tua parola da partigiano che domani la DC avrebbe votato il compagno Pertini” e Zaccagnini abbia risposto: “Sì, ti ho dato la mia parola da partigiano” e il giorno dopo Pertini venne eletto al Quirinale con 832 voti su 995.
Altri tempi, altre personalità, un’altra politica e un altro mondo; tuttavia, l’importante è non fermarsi, non battere in ritirata, continuare a remare in direzione ostinata e contraria e non accantonare mai quegli ideali resistenziali che devono improntare la vita pubblica e l’impegno civico di ciascuno di noi, facendo di ciascuno di noi un custode del passato e un costruttore del futuro. E questo faremo, anche se non è di moda; anzi, proprio perché non è di moda, seguendo l’esempio della donna che Enzo Biagi volle nella prima puntata del suo ultimo programma televisivo, pochi mesi prima di morire, per volgere lo sguardo sulla Resistenza di ieri e sulle resistenze di oggi che, a pensarci bene, mutatis mutandis, sono la stessa cosa.
Ciao Tina: ora e sempre Resistenza!

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