di Ferzana Jafari
(la giornalista afghana, attivista e artista, ha ritirato il Premio Pimentel Fonseca 2026 all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, in vece di Leila Sarwari. Il Premio – nell’ambito dell’XI edizione di Imbavagliati – è stato consegnato honoris causa anche a Barbara Schiavulli, direttrice di Radio Bullets. Proprio per la sua testata lavora la cronista afghana Sarwari, il cui vero nome è tenuto nascosto per motivi di sicurezza).
Voglio, però, subito dire che le donne afghane, sono state completamente dimenticate, ignorate, illuse. Si illuse perché per 20 anni gli stati occidentali ci hanno fatto vivere la democrazia, la libertà, e poi da un giorno all’altro hanno buttato tutto via come uno straccio che non serve più. Quelle donne che hanno alzato la loro voce per protestare contro l’oppressivo regime talebano, sono state uccise o torturate nelle prigioni controllate dai talebani.
Le donne afghane raccontano storie di tragedie, come quella di Nooriya, una ragazza costretta a indossare abiti maschili nella provincia di Helmand e a farsi chiamare Noor Ahmad, semplicemente per poter andare a lavorare vestita da uomo. Purtroppo i talebani una volta scoperta l’hanno torturata brutalmente, una ragazzina di dodici anni che, invece di ridere e andare a scuola, è stata costretta a travestirsi e a cercare qualcosa da portare a casa per sopravvivere.
La dura realtà di Nooriya non riguarda solo una singola ragazza, ma è la storia amara per migliaia di ragazze che non hanno né un tutore né un protettore a sostenerle.
Avete sentito che il suicidio è diventato un fenomeno comune in Afghanistan ultimamente?
Sapete quanto sia doloroso per una persona togliersi la vita?
Ogni giorno, in Afghanistan, più di una donna viene uccisa o si tolgono la loro vita per non subire soprusi e violenze.
Immaginate quanto debba essere soffocante l’atmosfera che spinge le donne a suicidarsi una dopo l’altra?
Dalle giornaliste alle ragazze che hanno perso la speranza nell’oscurità, ciò che le accomuna è il dolore infinito che ha ucciso la loro speranza, la loro passione e la loro vita.
Le donne sono costrette a rimanere a casa. A indossare il burqa o lunghi hijab. il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione, il diritto di uscire e, in definitiva, il diritto alla vita, sono stati loro negati da quando il regime terroristico dei talebani è salito al potere. E nessuna istituzione o organizzazione ne risponde, ma neanche solo ne parla.
Parlare delle donne afghane è doloroso perché sono private di ogni diritto su questo intero pianeta. La cosa peggiore è che oggi si parla di Iran, Palestina, Ucraina, ma non si racconta la dura verità che esiste in Afghanistan..
Donne che non possono curare il loro aspetto, sono state chiusi parrucchieri e centri estetici, donne che non possono ascoltare la musica che amano, non è permesso tenere radio, usare internet o guardare tv, un essere umano non può vivere in una prigione di isolamento, non è un luogo in cui una persona può essere imprigionata. L’Afghanistan oggi è una grande prigione di isolamento che ha rinchiuso al suo interno milioni di donne senza futuro, senza speranza, senza dignità.
Un territorio controllato da un gruppo terroristico, un gruppo i cui errori politici in molti paesi hanno riportato alla sua ascesa al potere.
E ora un’intera nazione è stata presa in ostaggio.
Questa è la realtà della vita per le donne in Afghanistan.
Ciò che fa più male è che non ci sono più neanche corridoi umanitari, non è possibile fare più ricongiungimenti familiari, non è possibile portare in Europa neanche una donna affetta da grave leucemia. Mia sorella, volata nel suo paradiso 15 giorni fa, dopo un anno di sofferenza e di malattia che lo stato italiano o le organizzazioni umanitarie ne hanno permesso di portarla qui per darle le giuste cure.
Chiedo per l’Afghanistan solo la giusta dignità per ricominciare a vivere.
