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Tina Anselmi, un simbolo di coraggio civile

 

Ci sono due modi per ricordare la figura di Tina Anselmi. Il primo è ripercorrerne la vita. Nel 1944 i nazifascisti la costringono a assistere all’impiccagione di 30 partigiani. E lei cosa fa? Reagisce aderendo giovanissima alla Resistenza. E’ poi sindacalista, democristiana, milita nella Cisl, incarna nel Veneto bianco l’anima sociale, solidaristica del partito. Diventa deputato quando le donne in Parlamento erano una sparuta minoranza, nel 1976 è lei il primo ministro donna della Repubblica. Poi presiede la commissione di inchiesta sulla Loggia P2. Si fa una montagna di nemici dentro e fuori il suo partito ma per una parte del paese diventa un’icona di indipendenza e di onestà al punto che viene proposta più volte (ovviamente senza successo) per la Presidenza della Repubblica.

Già questa biografia potrebbe diventare uno sceneggiato televisivo di successo. Quante storie cosi ricche di “colpi di scena” si possono raccontare nell’Italia di oggi?

Il secondo modo è invece quello di focalizzare un evento, un passaggio, uno snodo. Torniamo allora alla P2 di cui si potrebbero occupare con ottimi risultati oggi gli sceneggiatori di una serie televisiva, ovviamente indipendente. Se ne possono scegliere tanti di momenti “caldi”. Una puntata andrebbe sicuramente dedicata al maggio 1984 quando esce la prima relazione di Tina Anselmi sulle conclusioni dei lavori della Commissione Parlamentare di Inchiesta. Duecento cartelle che suscitano reazioni violentissime nel mondo politico, nel governo pentapartito di allora. Ma cosa c’è in queste cartelle? Si parla della faccia nascosta della P2, si dice che i documenti ritrovati nella villa di Castiglion Fibocchi di proprietà di Gelli sono autentici, gli elenchi degli iscritti pure, ma c’è il dubbio che il capo della P2 li avesse voluti far ritrovare. E poi c’è l’ipotesi politica che fa tremare il palazzo: che Gelli fosse il tramite fra due organizzazioni, la prima operativa ( appunto la P2 con presenze in Parlamento, nei servizi segreti, giornali, apparati dello Stato) e l’altra ancora più segreta, posta sopra, dotata di funzioni di comando, dietro la quale “c’era sicuramente la mente di un politico”. Un’organizzazione superiore, tutta da identificare. E che probabilmente non andava ristretta “in angusti orizzonti domestici”, un esplicito riferimento alla guerra fredda e al ruolo avuto dagli apparati statunitensi, elemento che non sfugge a nessuno.

Ma perché Gelli e i suoi capi hanno messo in piedi tutto questo? Perché si vuole controllare la vita pubblica italiana, gestirla, impedire che il confronto democratico possa svilupparsi in piena libertà. Controllo è insomma la parola chiave. E in un paese segnato dalle stragi e dalle trame nere è un termine che riesce finalmente a dare una convincente chiave di lettura a quanto accaduto. Uscita la relazione l’Anselmi viene accusata da alcuni di aver detto troppo poco. Dove può essere collocato il politico ombra se non nel partito che dalla fine della guerra guida il paese? E’ questa la domanda non peregrina di alcuni. Ma in realtà la vera ragione di tanta ostilità verso questa relazione sta nella ragione esattamente opposta: va letta nelle molte cose che ha detto, non in quelle che ha taciuto.

Per questo Tina Anselmi è stata dagli anni 80 in avanti per molti un simbolo di coraggio civile. Ha cercato di avvicinarsi a una verità non omertosa. Ha provato a fare luce. E per questo è giusto renderle omaggio. Anche se non tutti lo faranno, segno che le ferite di allora sono ancora aperte. Ma forse è meglio così: nelle storie vere non è una retorica unanimità di giudizio la cosa che conta di più. Sono i fatti.

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