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A chi fa paura il giornalismo d’inchiesta? Io ci metto la faccia e giovedì sarò davanti al Senato

 

Cari parlamentari, a chi fa paura l’informazione libera? A chi fa paura il giornalismo d’inchiesta? Non è una domanda presuntuosa, né insinuante. Sarei ipocrita però, se dicessi che non è quella che mi viene in mente quando vedo il pantano in cui finiscono tutte le iniziative tese ad affrontare la questione delle liti temerarie nei confronti dei giornalisti. Sabbie mobili di discussioni, alibi, altre priorità a cui fare strada in Parlamento. E’ una questione di scelte e voi avete il dovere di scegliere, consapevoli che questa scelta ci dirà da che parte state. Le querele temerarie e le richieste di risarcimento danni sono diventate l’arma più forte utilizzata contro chi fa giornalismo d’inchiesta, perché anche quando l’esito di un processo dimostra l’assoluta infondatezza dell’azione giudiziaria intentata contro il giornalista, ormai il reporter ha già subito dei danni gravi.

Ha dovuto spendere soldi per difendersi, buttare giornate di lavoro per andare farsi interrogare, partecipare alle udienze, ha combattuto contro le ombre della delegittimazione, ha convissuto per anni (perché i tempi dei processi sono infiniti per tutti) con l’ansia di poter perdere e di dover ipotecare una vita intera per aver fatto il proprio lavoro. Proprio così, perché diciamocelo fuori dai denti e senza ipocrisie, la legge e la giustizia non sono la stessa cosa e qualche volta, per fortuna solo qualche volta, il sostantivo giustizia può diventare una parola vuota. Oggi chi fa giornalismo d’inchiesta e che quindi cerca di approfondire e scoprire fatti inediti, si scontra con questo tipo di minacce che sono ancor più subdole di quelle fatte a viso aperto dal mafioso di turno, sono quelle che vengono fatte utilizzando le opportunità che la legge ti offre. La maggior parte di chi fa questo tipo di giornalismo lavora da freelance o è precario e non sempre ha le tutele che sarebbero doverose da parte dell’editore che lo pubblica (anche queste andrebbero definite per legge).

Chi già fatica a versare l’inpgi, non ha l’assistenza sanitaria garantita dalla testata, non sa cosa siano le ferie e a volte fatica a farsi pagare o a farsi pagare adeguatamente, difronte ad una querela temeraria resta ancora di più “solo”. E non tutti hanno la forza o la possibilità di poter affrontare quel giorno in cui la stessa coscienza che ti spinge verso l’impegno civile, ti dice anche: ma chi te lo fa fare a queste condizioni? Quel giorno ci sarà qualcuno in meno a raccontare i fatti. Quel giorno saremo tutti meno liberi perché ne sapremo di meno. Non parlerò dei casi che mi riguardano ma se un giorno Fiorenza Sarzanini, Sigfrido Ranucci, Giorgio Mottola, Antonio Crispino, Nello Trocchia, Lirio Abbate, Milena Gabanelli, Paolo Mondani, Roberta Polese, Marilù Mastrogiovanni, Salvo Palazzolo, Danilo Lupo, Giuseppe Caporale e tanti altri di fronte all’ennesima querela temeraria o all’ennesima richiesta di risarcimento danni facessero un passo indietro, noi rinunceremmo a conoscere storie che riguardano traffico di armi, corruzioni, mala amministrazione, intrecci tra mafia e potere. Il giornalista non è un eroe, è uno che ha scelto di stare dentro i fatti, di provare a spiegarli, di essere al servizio della conoscenza e del percorso di libertà di una comunità di cittadini.

Le intimidazioni attraverso le liti temerarie hanno fatto precipitare l’Italia al settantasettesimo posto (su 180 paesi) della classifica stilata da Reporters sans frontieres, per la libertà di stampa. La sproporzione tra gruppi di potere che ti chiedono in sede giudiziaria conto di un articolo e ciò che può fare il giornalista di per difendersi è enorme. L’arma delle querele temerarie non la usano solo i criminali o i mafiosi: è diventato sempre più difficile fare il watchdog, il cane da guardia del potere, parlare di questioni che riguardano uomini delle istituzioni o quelli che hanno un ruolo nei sistemi economici, perché proprio quelli sono i primi a utilizzare l’arma della legge. Sia ben chiaro, qui non diciamo che non si commettano errori nel fare il lavoro di reporter. Solo chi non fa non sbaglia mai. Qui non diciamo che non sia giusto far valere i propri diritti davanti a un tribunale quando si ritiene di essere diffamati. Ma se il giornalista racconta dei fatti e lo fa in buona fede, utilizzando tutti i mezzi che ha a disposizione per poter verificare l’oggetto della sua inchiesta, quel giornalista va tutelato. Ve lo dice una degli ultimi che questo è il tempo delle scelte. Scegliere di fare presto delle leggi giuste che compensino questa diseguaglianza, che evitino il carcere per i giornalisti, che evitino l’esborso di somme di denaro impensabili per chi vive di uno stipendio che solo nella migliore delle ipotesi è ordinario e che imponga, come previsto anche in altri ordinamenti, il versamento di una cauzione per chi propone l’azione giudiziaria, oltre che a una sanzione dello stesso peso in caso di assoluzione del giornalista.

Per questo anche io voglio metterci la faccia e giovedì 24 novembre e sarò davanti al Senato insieme a alla Federazione Nazionale della Stampa e ad altri colleghi per pretendere che si esca dal pantano, dall’immobilismo, dallo stallo e che in parlamento si decida sulle liti temerarie. Perché in Italia i giornalisti d’inchiesta, quelli “rompiscatole”, gli spalaletame, i muckraker per aggrapparci ad una storia che, nonostante l’insulto ha reso giustizia a questo mestiere, non diventino animali in via d’estinzione.

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