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Il ministro Lorenzin e la toppa più larga del buco mediatico

 

Nel tentativo di mettere una toppa mediatica al buco di comunicazione istituzionale della campagna per il “Fertility Day”, il ministro della salute Lorenzin ha ammonito l’opinione pubblica a finirla con le polemiche “d’ora in poi parlano i fatti”. Ma purtroppo i fatti, dopo il ritiro dei precedenti poster, ridicolizzati dalla satira graffiante dei social network, hanno preso ora le sembianze di un opuscolo con copertina stile anni Sessanta, sulla falsariga delle campagne oscurantiste dei Comitati Gedda all’epoca della “Cortina di ferro”.

Intanto, ci sembra fuori luogo portare ad esempio altri paesi occidentali “più fertili” di noi. Non vediamo all’orizzonte la “terra promessa” di un nuovo Piano Marshall con welfare diffuso, che dovrebbe aiutare le coppie a sfornare bebè a comando: solo slogan mal scritti e fatti campati in aria. Pare che al ministero si siano tappati occhi ed orecchie di fronte ai commenti e alle manifestazioni di quanti, tra rabbia e sarcasmo, hanno indicato i problemi concreti che “bloccano” la fertilità delle coppie: opportunità di lavoro, un welfare realmente diffuso, una politica per la casa con affitti calmierati, più asili nidi pubblici e trasporti efficienti.

Un ministro che non è “un comunicatore, perché mi occupo di cose vere”, se non si assume la responsabilità di un evento così “sensibile”, compresa la campagna istituzionale mediatica, non si capisce cosa ci stia a fare in quel dicastero, il più esposto ai tagli di spesa e quello col maggior deficit annuale, perché è proprio la sanità l’anello debole del welfare state. Un settore dove le ruberie, il malaffare, le collusioni tra amministratori pubblici e aziende private, i soldi spesi inutilmente e male sono all’ordine del giorno, tanto che le regioni per coprire i buchi della sanità hanno aumentato di continuo le addizionali Irpef.

Ora, dopo il disastro di una campagna ridicola e pasticciata, che avrebbe voluto indurre ad un “lieta e invogliante maternità e paternità”, seppure forzata, ci restano le esilaranti parodie su FB e  i conti da pagare: i 130 mila euro per chi ha materialmente curato il materiale propagandistico e lo stipendio di 236 mila euro l’anno per la responsabile della comunicazione del ministero Daniela Rodorigo, rimossa ora dall’incarico. Della dirigente appena spodestata dalla sua poltrona dorata sappiamo poco, oltre alla sua laurea in legge e all’aver ricoperto l’incarico già con un altro ministro, il berlusconiano Ferruccio Fazio, poi confermato dalla stessa Lorenzin, che ne ha ampliato le deleghe ai rapporti internazionali.

Professionista al momento giusto, al posto giusto? Chissà se sia stata mai fatta una selezione con dettagliati Curriculum Vitae degli aspiranti a quell’incarico. Una Direzione generale talmente ambita che non può cambiare responsabile, anche se le regole dello spoils system (legge 286 del novembre 2006) permetterebbero ad ogni nuovo governo il ricambio dei dirigenti di primo livello? Forse ne sapremo qualcosa di più, una volta terminata la bufera. Al momento possiamo solo constatare che il sistema di scelta anche delle cariche di alta responsabilità nella pubblica amministrazione segue una logica “fideistica”, di contiguità con chi governa in quel momento, anziché seguire procedure neutre di ricerca di professionalità adeguate e imparziali.

Della ministra Lorenzin sappiamo qualcosa di più. Politica navigata fin da quando prende il diploma liceale, diviene a 25 anni una delle figure di spicco dei giovani di Forza Italia. Un’esperienza di comunicazione politica nello staff Paolo Bonaiuti, il vero portavoce di Berlusconi negli anni della sua apoteosi, per poi spostarsi armi e bagagli nella scuderia di Alfano, quando dalla costola di “centrosinistra” del PDL è nato l’NCD, ed essere promossa ministro.

Di lei abbiamo anche appreso la gaiezza del carattere e la cordialità, che certamente ci mette di buon umore, ma che ci impensierisce quando non è accompagnata da una efficace vigilanza professionale sui tanti temi scottanti e complicati di cui si occupa il suo dicastero.

Nei giorni scorsi, a cavallo dell’altro “incidente mediatico” sempre legato al Fertility Day, ci aveva stupito la piaggeria con la quale molti quotidiani avevano riempito le homepage dei loro siti con estesi servizi fotografici sul suo matrimonio con il compagno e padre dei due gemellini, Alessandro Picardi, nella cornice incantata di Capri, con tanto di faraglioni sullo sfondo. Candido abito nuziale da “Principessa Sissi”, pizzi, chiffon, velo e lungo strascico a suggellare il coronamento del suo amore. “Gli stupendi ed eleganti gemellini a far da paggetti”, gongolava la cronaca locale. E per finire, un romantico banchetto nuziale in un rinomato albergo a picco sul mare di Marina Grande: “rose bianche ad abbellire una location più elegante che sfarzosa, al chiaro di luna caprese”.

Meno eleganti, invece, i depliant e le immagini della campagna a favore della fertilità “dimenticata” dagli italiani. Una campagna molesta per il comune senso del ridicolo; per non dire poi delle foto de “Le buone abitudini da promuovere, i cattivi compagni da abbandonare”, riciclate con un “copia/incolla” dalle pagine web di un centro di igiene dentale inglese e da un poster antidroga americano. Una sottile linea nera divide in due i mondi: quello delle “sane abitudini”, rappresentato da giovanotti e signorine spensierati e ridenti con i capelli al vento, sullo sfondo di un cielo azzurro; quello delle “pessime” in inquietante penombra su fondo seppia, fra alcool e fumo, volti cupi e capigliature afro.

Se poi la risposta del ministro Lorenzin alle critiche è che “il razzismo è negli occhi di guarda”, ci viene da risponderle che è soprattutto nella testa di chi ha usato questi strampalati stereotipi per comporre un simile collage di banalità e insensatezze.

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