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La Sicilia non può e non deve essere una Terra di eroi, lapidi e commemorazioni

 

Da una manciata di giorni è trascorso l’anniversario dalla strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il Giudice Paolo Borsellino e le donne e gli uomini della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Da due giorni, invece, ci siamo lasciati alle spalle l’anniversario della brutale uccisione di Boris Giuliano, ucciso da cosa nostra il 21 luglio del 1979.
Queste donne e questi uomini che sono morti solo ed unicamente per il rispetto del loro lavoro, perché credevano in un ideale che non ammetteva compromessi, per l’idea alta di un futuro migliore in una Sicilia libera dalla mafia, vanno ricordati non solo nel giorno dell’uccisione, ma ogni giorno. Ricordarli il 19 luglio o il 23 maggio è giusto, ma spesso il giorno successivo ci dimentichiamo di loro.
Ed il miglior modo di ricordarli è l’orientare i nostri atteggiamenti quotidiani, affinché realmente le loro idee possano camminare sulle gambe di tutti. Proprio in linea con le parole di Manfredi Borsellino – il figlio di Paolo – che, da anni, sottolinea come in occasione dell’anniversario della brutale uccisione del padre, lui si dedichi al lavoro (è poliziotto, n.d.r.) in maniera ancor più intensa.
E’ questa la vera cifra di un’antimafia sociale, di cui ultimamente si sente molto parlare. Perché partecipare alle commemorazioni e farsi il segno della croce, può alleggerire le nostre sterili coscienze ma, se il giorno successivo tutto rimarrà identico a prima, non li avremo aiutati a proseguire l’opera di libertà, sul solco tracciato proprio da Paolo, Giovanni, Boris, Rocco, Emanuela e tutti gli altri.

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