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Ancora arresti, chiusura di scuole e testate di informazione. La purga di Erdogan continua

 

Nonostante i proclami delle ultime ore del vice premier turco, Mehmet Simsek e del presidente Recep Tayyip Erdogan, che hanno assicurato di “continuare a rispettare con forza i principi democratici”, l’ondata di repressione e la raffica di fermi giudiziari non si arrestano.
Ritenute complici del fallito golpe, in pochi giorni sono finite in carcere quasi 11mila persone nell’ambito di una vera e propria epurazione voluta dal ‘sultano’, pronto anche a reintrodurre la pena di morte dopo un obbligato passaggio parlamentare. Per alcuni di loro si tratta di un’azione preventiva in attesa delle indagini.
Erdogan ha anche firmato un provvedimento che ha decretato lo scioglimento di migliaia di enti e di istituti di istruzione considerati legati all’imam in esilio Fethullah Gülen, accusato da Ankara di essere la mente del colpo di stato.
Il presidente ha inoltre confermato lo stato d’emergenza proclamato mercoledì scorso ‘garantendo’ che non limiterà i diritti e le libertà dei cittadini turchi e sottolineando che “non impedirà a nessuno di uscire, ma al contrario permetterà di riempire le piazze”.
Erdogan in un intervento telefonico nel corso di un evento pubblico nella provincia di Sakarya ha anche assicurato che “questa fase durerà solo tre mesi” e consentirà di accelerare il “processo di normalizzazione” in Turchia.
Intanto, due giorni fa, il portavoce del governo Numan Kurtulmus ha annunciato che nel Paese sarà sospesa temporaneamente l’applicazione della Convenzione per i diritti umani “in linea con lo stato d’emergenza”.

Se è vero che l’articolo 15 della Convenzione europea prevede che “In caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte Contraente può prendere misure in deroga agli obblighi previsti dalla convenzione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in contraddizione con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”, la decisione appare pretestuosa, strumentale in funzione di atti futuri. Nel frattempo, il ministero della Difesa ha annunciato l’apertura di un’indagine su tutti i giudici e i pubblici ministeri militari sospettati del coinvolgimento nel fallito golpe.
La “purga” avviata dal governo Erdogan si è ormai estesa a decine di migliaia di funzionari pubblici, circa 50 mila, tutti licenziati perché ritenuti complici, almeno formalmente, dei golpisti o quanto meno di vicinanza con gli ambienti che avevano pianificato il colpo di stato.
Proprio in queste ore, inoltre, il ministero dell’Istruzione ad Ankara ha dato il via ad una seconda ondata di misure restrittive contro docenti, personale ed istituti scolastici ordinando un procedimento per la chiusura di altri 626 strutture e la sospensione di 6.538 tra funzionari e personale del ministero. In totale gli enti di istruzione chiusi sono oltre 2mila, tra cui 15 università, 19 sindacati, 35 ospedali e istituzioni sanitarie.

Nel mirino di Erdogan non potevano non finire i giornalisti. Oltre 40 le testate sospese, decine e decine i siti oscurati e una trentina i colleghi arrestati, tra cui Orhan Kemal Cenzig, editorialista del quotidiano Ozgur Dusunce, molto noto in Turchia e avvocato per i diritti umami. Fermata anche la moglie, che lavora per Al Monitor, rilasciata dopo qualche ora. Nei giorni scorsi il nome di Cengiz era apparso in una «black list» di decine di giornalisti, diffusa da un account Twitter a sostegno del presidente Erdogan.
Gli operatori dell’infornazione, come gli altri incarcerati, potrebbero subire restrizioni dei loro diritti. Per il momento potranno vedere solo i coniugi e i parenti di secondo grado.
Nessuna delle disposizioni del decreto del governo, comprese queste ultime, potrà essere modificata da tribunali.
Per i nostri colleghi, per tutti gli oppositori e gli attivisti, continueremo a gridare #nobavaglioturco e invitiamo tutti a tenere alta l’attenzione su quanto stia avvenendo nel Paese, dove ormai sembra caduto l’ultimo paravento di finta democrazia.

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