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“Ciò che è accaduto a mio figlio Federico succede anche oggi. E’ questo il fallimento”. Intervista a Patrizia Moretti Aldrovandi

 

Scrivo la storia di quel che è successo a Federico, mio figlio, non scriverò tutto di lui, non si può raccontare tutto di una vita anche se di 18 anni appena compiuti. È morto il 25 settembre. (Ferrara, 1° gennaio 2006, dal blog di Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi).

Dieci anni fa un ragazzo di Ferrara, Federico Aldrovandi, si spegne dopo essere stato fermato da quattro agenti di polizia, condannati dalla Cassazione nel giugno del 2012 in via definitiva a tre anni e sei mesi per eccesso colposo. Fare luce sulla morte di Federico non è stato semplice. Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi qualche mese dopo l’atroce scomparsa del figlio decisero di aprire un blog, per rompere il muro del silenzio. Filippo Vendemmiati con il docufilm È Stato morto un ragazzo ha contribuito nel riportare alla luce la realtà storica.
L’associazione Federico Aldrovandi non si è mai stancata di combattere e il 25 e 26 settembre a Ferrara, si terranno due giorni di eventi in memoria di Federico. Nonostante la fatica che comporta ricordare la perdita del figlio, Patrizia Moretti ha parlato con Articolo21 del passato e del presente. Di come si mosse allora e di come agisce oggi, come madre e come cittadina.

Qual è stata all’inizio la funzione del blog?
Il blog è stato fondamentale. Sembra lontanissimo nel tempo perché dieci anni fa il blog era uno dei primi strumenti direttamente a disposizione delle persone: non esistevano ancora i social come li conosciamo oggi. Ci ha consentito di superare tutti i blocchi alla comunicazione che venivano posti da chi voleva insabbiare e da chi semplicemente non voleva che uscisse la notizia. Avevamo contattato anche diversi giornali che inizialmente si fidavano del mattinale della questura ma che poi hanno cambiato moltissimo la loro posizione: quello che è successo qui è stato una grandissima scuola per i giornali locali.

Chi altro ha imparato da tutta questa storia?
Chi ha voluto da questa vicenda ha potuto apprendere insegnamenti importanti. Io come mamma ho vissuto solo lo stress più immenso, non so come faccio ad essere ancora viva ma è la forza che hanno le mamme: qualcosa che non decidi, non pensi, non pianifichi. È così e basta.
Nell’altra veste che ho, quella di cittadina, ho imparato molte cose: adesso penso che la fiducia cieca nelle Istituzioni non sia ben riposta. L’Istituzione è composta da persone corrette, oneste, capaci ma anche da quelle che delinquono. Sono tante le persone che come me sono state colpite da queste tragedie e anche chi non ha avuto perdite in famiglia questa consapevolezza credo l’abbia pienamente acquisita. Ma non c’è una risposta istituzionale, non c’è ancora stata. Né a livello politico né istituzionale. Alla solidarietà non è seguito nessun provvedimento pratico.
Le persone che hanno ucciso mio figlio, pur essendo state condannate da tre gradi di giudizio hanno ancora la divisa, sono attualmente in servizio come se niente fosse. Questa è la conclusione dei dieci anni trascorsi. Noi anzi siamo stati fortunati, se si può usare questo termine, perché ci sono stati un processo e una condanna anche se miti e mediati. Ma in altri casi non è così. Con Lucia Uva, Ilaria Cucchi e non solo, abbiamo un rapporto di grande familiarità e quello che vorrei è che le cose cambiassero, che non succedesse più quanto accaduto a Federico e agli altri. Ma purtroppo accade ancora oggi. È questo il fallimento. Che si perdano ancora delle vite innocenti per mano delle forze dell’ordine.

Con quale spirito affronti le giornate del 25 e 26 settembre a Ferrara in memoria di Federico?
Credo sia un’occasione importante proprio per fare il punto della situazione, per confrontarsi e discutere insieme. Nonostante come ho detto una risposta concreta non ci sia stata, c’è chi il cambiamento, dall’interno delle Istituzioni lo promuove o perlomeno è disposto a discuterne. L’atteggiamento di chi viene a parlare in questi due giorni è molto diverso da quello di chi manifesta sotto il mio ufficio per dichiarare la solidarietà ai poliziotti che hanno ucciso mio figlio. Lo spirito con cui affronto questi due giorni insieme a Luigi Manconi Presidente della Commissione Diritti umani al Senato, al Segretario nazionale dell’Associazione funzionari di Polizia e al Segretario generale del SILP, è la voglia di costruire qualcosa. Sarà solo un percorso molto lungo che potrà portare a dei cambiamenti. Io credo come mamma e cittadina di aver fatto la mia parte. Come mamma di Federico non posso più incidere sul futuro. Chi può modificare lo stato delle cose, chi può sconfiggere l’impunità per chi delinque in divisa non so se lo farà. Bisogna che il cambiamento avvenga da dentro la politica e le Istituzioni. Le sollecitazioni sono le mie, attraverso la voce che voi giornalisti e la società civile mi date. Ma bisogna vedere se saranno ascoltate.
Il secondo giorno ci sarà un concerto che vuole avvicinare i giovani e non solo: la sensibilizzazione su questi temi non può smettere finché non ci saranno dei cambiamenti prima culturali e poi anche concreti. Se c’è la volontà di cambiare una norma, o di introdurre un reato come quello di tortura, si può. Ma c’è la voglia di rispondere alle sollecitazioni e alle richieste di giustizia delle famiglie?

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