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Hiroshima e Nagasaki: la fine di tutto e l’inizio di qualcosa

 

Due lampi, due funghi atomici e la fine di un mondo. Hiroshima e Nagasaki, settant’anni fa: fu allora che l’umanità scoprì e si trovò a dover fare i conti con l’incubo delle armi nucleari, una minaccia costantemente incombente sulle nostre teste, uno spettro che ha caratterizzato l’intera Guerra fredda ed è tuttora presente in numerose controversie internazionali, prime fra tutte quelle legate ai cosiddetti “Stati canaglia”. D’altronde, basta riflettere sulla complessità dei negoziati con l’Iran, fortunatamente conclusisi qualche settimana fa nel migliore dei modi, nonostante l’ostracismo e le costanti accuse di Israele, per rendersi conto di quanto la minaccia sia tuttora avvertita da un mondo che oggi è assai più insicuro di quanto non fosse nel 1945.

Perché all’epoca a combattersi erano nazioni e dittatori, con metodi brutali quanto si vuole ma almeno avevamo a che fare con nemici visibili e universalmente conosciuti; attualmente i nemici sono forse ancora più feroci, ancora più spietati, ancora più radicati sui propri territori prediletti ma, al tempo stesso, assai più difficili da individuare e colpire, come dimostra la lotta senza quartiere portata avanti da oltre un decennio dall’Occidente contro i nuovi “imperi del male” costituiti dal terrorismo jihadista.

L’ISIS, al-Qaida, il Fronte al-Nusra, bin Laden e il Mullah Omar, il califfo al-Baghdadi e i suoi seguaci tagliagole: questi sono i nemici odierni, non certo meno crudeli dei nazisti o dei kamikaze giapponesi ma non dipendenti da alcuno stato, anzi in aperto contrasto con tutti gli stati e i governi della regione in cui operano, sorti proprio per distruggerli dopo averne denunciato la corruzione e l’ingiustizia; una guerriglia privata, condotta da eserciti personali, senza regole, senza alcun rispetto dei trattati internazionali, difficili da localizzare e da colpire, dunque ancora più spaventosi rispetto alle truppe della Wermacht e alle SS che si macchiarono di crimini come l’eccidio delle Fosse Ardeatine o quelli di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema.

Settant’anni fa, e da allora tutto è cambiato nel mondo ma il terrore con il quale siamo chiamati a confrontarci oggi è figlio di quelle esplosioni che offuscarono il cielo, portarono via un numero imprecisato di persone e scatenarono un inferno assai più duraturo di quello causato dalle radiazioni o dalle temperature elevatissime che si sprigionarono sulle due città giapponesi, spazzando via qualunque forma di vita si trovasse nei paraggi: il “mostro” odierno si chiama incertezza e, sia pur in forme e modalità diverse, è la stessa che incombeva sull’America maccartista degli anni Cinquanta o ai tempi dei due trattati SALT, quando finalmente si comprese la necessità del disarmo nucleare reciproco da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica.

Il fantasma dell’atomica, infatti, non è legato tanto a un discorso umanitario, pure di primaria importanza, quanto, più che mai, alle conseguenze che esso comporterebbe: la Terza guerra mondiale più volte denunciata da papa Francesco, a quel punto, si materializzerebbe in uno scontro di proporzioni inimmaginabili che potrebbe segnare, e non è un’esagerazione, la distruzione dell’umanità, riducendo alla miseria e alla fame i pochi superstiti.

A differenza del 1945, siamo difatti al cospetto di un mondo ridotto a polveriera, in cui non esistono zone franche o paesi veramente neutrali, in quanto la globalizzazione selvaggia cui siamo andati incontro negli ultimi vent’anni non consente più a nessuno di chiamarsi fuori da un’ecatombe mondiale. Lo ha dimostrato la crisi e, prima ancora, le guerre in Afghanistan e in Iraq; lo sta dimostrando la tragedia quotidiana del Mediterraneo, con quest’esodo biblico di disperati che investe tutti gli stati del Sud Europa; lo stanno dimostrando le rotte di terra dei migranti in fuga dalla Siria e dall’Africa in fiamme, con Orbán che innalza fili spinati, promette la costruzione di un muro al confine con la Serbia e costringe questi poveri cristi a viaggiare su treni blindati come ai tempi dei nazisti; lo dimostra il tentativo di questa moltitudine in cerca di un domani di attraversare il tunnel sotto la Manica che congiunge Francia e Gran Bretagna, ovviamente presidiato dagli stessi gendarmi che abbiamo visto all’opera a giugno alla frontiera di Ventimiglia, dove altre masse senza futuro, accampate sugli scogli, si ostinano a rivendicare almeno il diritto di esistere ed essere considerate persone. E lo dimostrano le barriere di Ceuta e Melilla, il muro edificato da Israele in Cisgiordania, le difficoltà incontrate dai migranti che dal Messico cercano di spostarsi negli Stati Uniti: frontiere artificiali, figlie della paura e dell’instabilità collettiva che si respira ovunque, che attraversa e lacera l’opinione pubblica, influenzando le decisioni dei governi e, spesso, inducendo governanti di scarso valore, privi di una visione lungimirante e del benché minimo interesse per l’effettivo benessere della comunità, a rifugiarsi in chiusure populiste e nazionaliste, procedendo alla stregua del duo Hollande-Valls, mediocri politicanti che rischiano di consegnare la Francia nelle mani della signora Le Pen.

Tutto questo sfacelo è nato allora, da quei due lampi maledetti che hanno sì posto fine a un conflitto devastante ma ne hanno innescato subito un altro, nemmeno poi così a bassa intensità, che dura da ormai settant’anni e nel quale la paura è divenuta il comune denominatore di tutti i popoli, oltre ad influenzare le strategie dei governi, gli accordi internazionali e persino gli usi, i costumi, le tradizioni e quel “soft power” che ha scandito la “colonizzazione gentile” dei vincitori americani nei primi decenni del dopoguerra.

Qualcuno obietterà: però è anche vero che da settant’anni nessun europeo si è più trovato con la guerra dentro casa! In parte è vero, ma non del tutto: la dittatura moderna, infatti, per affermarsi non ha bisogno né di carri armati né di incendiare il Parlamento né di marciare su Roma né di una guerra civile sanguinosa come quella che segnò la Spagna fra il ’36 e il ’39; la dittatura moderna è bancaria, finanziaria, impersonale, sa utilizzare al meglio le nuove tecnologie e domina gli esseri umani come nessun tiranno del passato era mai riuscito a fare, al punto che ormai si potrebbe dire che assistiamo allo scontro fra due tirannidi contrapposte che perseguono lo stesso obiettivo di controllo globale dell’umanità: da una parte la tirannide liberista dei banchieri e degli speculatori occidentali (e forse non più solo occidentali), dall’altra quella sanguinaria dei tagliagole e degli attentatori suicidi che più volte, negli ultimi anni, hanno sconvolto drammaticamente la nostra quotidianità.

Siamo davvero sicuri, dopo gli aerei di New York, le bombe di Madrid e Londra e gli spari nella redazione di “Charlie Hebdo” e nel negozio “kosher” di Port de Vencennes, di non aver visto la guerra dentro casa? E crediamo davvero che quanto sta avvenendo in Libia, in Tunisia e nel Medio Oriente messo a ferro e fuoco dal terrorismo jihadista non ci riguardi? E per quanto concerne la questione atomica in senso stretto, pensiamo davvero che le tensioni fra Israele e l’Iran del nuovo corso moderato di Rouhani si spegneranno tanto facilmente?

Questo è il mondo post-bellico, il mondo incerto, il mondo tragico e privo di modelli e punti di riferimenti che ci hanno lasciato in eredità i due lampi atroci sul cielo del Giappone. Non che qualcuno di noi rimpianga i regimi o le ideologie assassine della prima metà del Novecento, intendiamoci, ma evitiamo anche le colate di retorica, le mitizzazioni e l’eccessivo autocompiacimento per gli straordinari progressi in tutti i campi che pure ci sono stati e hanno reso migliori e più lunghe le nostre vite.

Non era questo, difatti, il mondo sognato dal presidente Roosevelt e immaginato da sua moglie Eleanor nel redigere la Dichiarazione universale dei diritti umani del ’48, e nulla potrà mai toglierci dalla testa la convinzione che, per quanto il Progetto Manhattan fosse iniziato durante la sua presidenza, se non fosse morto pochi mesi prima della conclusione della guerra, il presidente contrario a qualunque forma di terrorismo, al punto da arrivare a dire che “l’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa”, il vecchio Roosevelt insomma quelle bombe non le avrebbe sganciate e il corso della storia sarebbe stato diverso e senz’altro meno inquietante.

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