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Non siamo un Paese per Netflix (almeno per ora)

 

Se sbaglio analisi (e previsioni) farò pubblica ammenda. Ma io credo che in Italia Netflix non sarà la rivoluzione della comunicazione e della TV. Forse sarà perfino un flop. Sappiamo, sulla carta, di che si tratta: è il servizio statunitense di streaming on-demand a pagamento di film e serie tv. Non è stata ancora decisa la data esatta del lancio nel nostro paese, che avverrà comunque tra il primo e il 31 ottobre di quest’anno.

Il catalogo di Netflix è diverso paese per paese, sulla base degli accordi che la società stringe con le società di produzione e distribuzione dei film e delle serie tv: i dirigenti di Netflix dicono che il catalogo italiano sarà composto per un 80 per cento da titoli statunitensi e per un 20 per cento da titoli italiani definiti “di respiro internazionale”. Il catalogo crescerà col passare dei mesi anche sulla base delle preferenze degli abbonati: i dirigenti di Netflix dicono che le sue dimensioni raddoppieranno entro il primo anno di disponibilità del servizio.

Proviamo ad analizzare il potenziale pubblico italiano per questa offerta. Bisogna avere una cultura di tipo internazionale, interessarsi a tutto ciò che accade oltre i nostri confini e a storie ambientate in società molto diverse dalla nostra, conoscere l’inglese, avere una potente connessione internet in casa con un PC fisso o mobile con uno schermo adeguato, avere una certa conoscenza del web, apprezzare film e soprattutto telefilm in larga parte di produzione americana, non amare i talk, i reality, i dibattiti sui delitti italiani, il gossip e le continue alzate di voce. In pratica l’opposto della stragrande maggioranza del pubblico televisivo italiano.

Si dirà: ci sono le nuove generazioni, i nativi digitali che non guardano più la TV. Forse. Questi nostri giovani digitali sono prevalentemente digitali perché usano in modo parossistico il telefonino, e hanno la possibilità – credo soprattutto grazie a genitori e nonni – di avere quasi tutti uno smartphone o due. Si mandano clips e foto attraverso i social o i whatsapp, inviano continui messaggi con foto varie e selfie, ma quasi sempre in casa non hanno neppure un collegamento a internet. Sono dati noti: 1 su 5 ha il collegamento in casa, il resto avviene dall’internet dell’ufficio e attraverso la telefonia mobile. E poi: ma chi ce li ha 5 Mbit di connessione in Italia, cioè quello che serve per vedere bene Netflix?

Al tempo stesso siamo il paese europeo dove la Tv generalista resiste alla grande. E, come sostengono tutti gli osservatori politici e non (quelli che non sono al servizio di specifici interessi) siamo il paese dove la televisione incide maggiormente sulle scelte politiche e sulla “cultura” in generale. Con buona pace dei critici televisivi più o meno impegnati, più o meno prezzolati, ma tant’è.

In questo quadro pensiamo davvero che ci saranno milioni di italiani interessati a scegliersi un telefilm straniero, sia pure doppiato, da scaricarsi dalla rete per vederlo sul suo PC casalingo quando gli fa comodo? Non saranno milioni. Saranno pochi. Quanti sanno che esistono già Sky on line, Infinity, TIM Vision, Apple TV, Chili TV? Quanti usano queste web Tv on demand? Numeri ridicoli per i colossi dell’antico bipolarismo, Rai e Mediaset, e per il colosso della pay, Sky TV. Il mercato della TV è certamente saturo, ma resta molto chiuso, incredibilmente abitudinario anche perché l’Italia è un paese che invecchia e per gli anziani qualsiasi cambiamento è difficile. E, soprattutto, in Italia il divario digitale non è stato altro che uno degli oggetti delle tante promesse elettorali di destra, di sinistra e di centro. Non se ne è mai davvero occupato nessuno. Internet arrivò in Italia venti anni fa, mentre noi eravamo alle prese con il crollo dei vecchi partiti e l’avvento al potere del padrone del colosso privato della televisione (ma che combinazione!). Per Mediaset il web era, ed è, un nemico: il suo padrone nei suoi governi non ha fatto nulla per fare dell’Italia un paese connesso alla rete. Altro che le tre I! Ma anche gli altri governi hanno parlato al vento: buone intenzioni tante, slogan rituali e demagogia sulla banda larga, qualche tentativo di enti locali di agevolare l’avvento del WI-FI (che non funziona quasi mai), e promesse, promesse, promesse. Non basta governare con i tweet, purtroppo non basta: nella maggior parte delle famiglie italiane la sera si guarda la televisione tradizionale con la sola (importante) differenza che si cominciano a scegliere anche i vari canali del digitale terrestre. I ragazzi escono, come i giovani hanno sempre fatto, o stanno perennemente attaccati ai loro telefonini. Aggiungiamo, con sconforto, che il servizio pubblico non fa un passo verso l’alfabetizzazione digitale – eppure c’era un bel modello di venti anni fa, si chiamava “MediaMente” – a meno che non vogliamo considerare “Lol:)” qualcosa di diverso da quello che è, un demenziale intervallo comico canadese. E fatte salve le belle campagne promozionali, purtroppo però fini a se stesse.

Nel paese della Tv generalista più forte d’Europa e del maggior numero di telefonini pro capite la televisione on demand in streaming via web la vedo male. Anche se a buon prezzo, anche se con un mese di offerta gratuita. Almeno nel 2015, col passare degli anni non si può sapere. Comunque un’offerta in più è sempre un valore aggiunto, come tutto ciò che aumenta la concorrenza e si aggiunge alle possibilità di scelta, ma il cambiamento che aspettiamo è un altro: un governo che, anche senza tweet ma pubblicando banalmente un decreto sulla Gazzetta Ufficiale, investa nell’unica cosa che ci serve, cablare l’Italia, finalmente!

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