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#informazionebenepubblico – Se i giornalisti dimostreranno che la professione ha una valenza etica salveranno la categoria e la dignità

 

Non c’è una parola che non sottoscriverei di quello che dice Francesco Occhetta. Ma, nello spirito dell’appassionante forum lanciato da Articolo 21, scelgo una frase dell’intervento di Occhetta che mi sembra indispensabile sottolineare: “È vero, le norme deontologiche si devono insegnare, ma quelle che più hanno effetto sono quelle che si trasmettono «per contagio» grazie al comportamento di colleghi corretti.”

Il contagio, cioè l’esempio, il modello, il punto di riferimento. E’ una delle chiavi fondamentali da analizzare se si vuole davvero cogliere l’ultima occasione di rilanciare una professione altrimenti destinata a lasciare il passo al caos informativo, alla deregulation totale, al pressapochismo e anche a molto peggio.

Il contagio del comportamento, dei valori, dell’onestà intellettuale, della correttezza è quello che alcune generazioni – che molti chiamano fortunate con qualche ragione – hanno avuto dai loro colleghi più anziani, dai loro superiori, dai loro capi. Se cresci in una redazione fatta di professionisti onesti, scrupolosi, che cercano di raccontare i fatti, che indagano, che non rispondono non dico alle richieste, ma neppure ai “sorrisini” del potere di turno, ecco, allora scatta il contagio virtuoso. Quando io andavo a scuola ci insegnavano che “bisognava dare il buon esempio”.

Racconto la mia esperienza perché è illuminante. Nella tanto vituperata Rai ci sono state stagioni in cui il concetto di servizio pubblico esisteva davvero. Fra pressioni e opportunismi, che ovviamente c’erano, una solida generazione di giornalisti onesti cercava di dare dei modelli positivi ai più giovani che arrivavano nelle redazioni. E’ accaduto certamente sotto la direzione di Albino Longhi (la sua prima volta) al TG1. In quella redazione c’erano colleghi conduttori di enorme popolarità, come Massimo Valentini (in quegli anni il TG1 delle 20 era visto da più di 20 milioni di spettatori!), che svolgeva le funzioni di vice capo redattore della cronaca, di conduttore e, nell’intervallo dell’ora di pranzo, se i giovani lo chiedevano, restava con i colleghi arrivati da poco e insegnava la pronuncia, i segreti per una buona lettura dei testi, lo stile con cui andavano scritte le notizie che avrebbe letto il conduttore…dava l’esempio. Era così con i capi redattori come Roberto Morrione, con cui si rivedevano i pezzi virgola per virgola, discutendo insieme per scriverli nel modo migliore, ci si confrontava sui montaggi, sulle immagini da utilizzare, sulle persone da intervistare e soprattutto sull’obiettivo di tutto il nostro lavoro: fare in modo che il pubblico avesse tutte le notizie e i dati corretti necessari per formarsi liberamente una sua opinione.

E’ così che, crescendo professionalmente e anche di età, ciascuno di noi che aveva visto quei modelli e ne era stato “contagiato”, ha poi cercato di applicarli alla sua esperienza, provando a insegnare qualcosa ai praticanti, cercando di porsi come punto di riferimento, facendo un po’ squadra e un po’ scuola…Sono certa che in molte redazioni di quella Rai il metodo era questo, e i risultati si vedevano e si sono visti nel corso degli anni. Maturavano talenti interni all’azienda, accanto ai raccomandati  – che ovviamente c’erano – cresceva una generazione di giornalisti di servizio pubblico che sentivano anche il senso della differenza e della loro appartenenza. In modi diversi, ma era schema che comunque considerava l’informazione un servizio all’utente, e scusate se è poco.

Oggi l’esempio sono i modelli prevalenti nella società, veicolati, come allora, dai media, prima fra tutti (ancora) la televisione, moltiplicati per numero, per genere, per tecnologia. In Italia da oltre un ventennio impazzano modelli negativi e troppo spesso, ma veramente troppo spesso, i giornalisti li hanno subìti, se non accettati, li hanno tollerati, non li hanno affrontati anche per paura di accuse di scarsa modernità, di moralismo, di perbenismo, di buonismo. A questo si aggiunge una imbarazzante mancanza di alfabetizzazione della categoria sulle nuove tecnologie: internet usata come un juxe box – senza magari saper gestire bene una mail con allegati – è un affronto insopportabile alla professione giornalistica in quanto tale. Tanto più grave se si tratta di giornalismo audiovisivo! E del resto non risultano pervenuti né dalla Rai né dalla politica documenti che parlino sul serio di una riforma di contenuti e di specifico radiotelevisivo: un paradosso inquietante, quasi quanto rinominare il CDA della Rai con la legge Gasparri.

Francesco Occhetta, con la forza della sua cultura e del suo stile pone quindi alla categoria un tema dirompente: se i giornalisti, e l’Ordine, dimostreranno che essere un giornalista di professione fa una differenza anche etica, di contenuto e di forma, al servizio della comunità, salveranno la categoria e la dignità. In caso contrario a rimetterci sarà la società, ma i giornalisti, come categoria oltre che come Ordine, saranno destinati a sparire.

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