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Schiavitù, una vergognosa piaga non ancora estirpata

 

Ci sono trenta milioni di schiavi nel mondo. Ma il fenomeno, agghiacciante, riguarderebbe addirittura duecento milioni di minori. Una piaga vergognosa nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e la convenzione Onu sull’abolizione della tratta di essere umani del 1956. Oggi, per la prima volta, la religione si muove per frenare la vergogna. Tutte le religioni, attraverso una dichiarazione congiunta di dodici leader spirituali riuniti in Vaticano da Papa Francesco. C’erano cattolici, protestanti, buddhisti, musulmani, scintoisti, ebrei. “Noi firmatari siamo oggi qui riuniti per un’iniziativa storica volta ad ispirare azioni spirituali e pratiche da parte di tutte le religioni del mondo e delle persone di buona volontà per eliminare per sempre la schiavitù moderna entro il 2020. Agli occhi di Dio, ogni essere umano, ragazza o ragazzo, donna o uomo, è una persona libera, destinata a esistere per il bene di ognuno in eguaglianza e fraternità”. Il testo parla di “diverse forme di schiavitù moderna”, citando il lavoro forzato, il lavoro minorile e il racket della prostituzione, il traffico di organi e “qualsiasi altra pratica contraria ai concetti fondamentali di uguaglianza, libertà e pari dignità di ogni essere umano, deve essere considerata crimine contro l’umanità». Il Papa nel suo discorso ha definito la schiavitù un delitto aberrante, un crimine di lesa maestà: “decine di milioni di persone incatenate a questa disperata condizione”. Così le religioni si sono assunte “l’impegno comune di fare tutto il possibile, all’interno delle comunità dei credenti e all’esterno di esse, per ridare la libertà a chi è vittima di schiavitù o di tratta di esseri umani, restituendo loro speranza nel futuro. Oggi abbiamo la possibilità, la consapevolezza, la saggezza, i mezzi innovativi e le tecnologie necessarie a raggiungere questo obiettivo umano e morale”.

Il rapporto è stato compilato dall’associazione australiana Walk free foundation e si basa su una definizione di schiavitù più ampia di quella adottata da altre istituzioni che tiene conto anche degli schiavi per debiti economici, delle persone vittime di tratta e dei matrimoni forzati. La stima delle persone che vivono in schiavitù denunciata dal rapporto, è più alta di quella proposta da altri organismi come l’ International labour organisation. Secondo quest’ultima istituzione infatti gli schiavi nel mondo sarebbero 21 milioni, mentre per il Global slavery index sarebbero 29,8 milioni. In termini assoluti i Paesi con più persone che vivono in schiavitù sono India, Cina, Pakistan e Nigeria. Mentre in termini relativi cioè in proporzione alla popolazione i Paesi peggiori sono Mauritania, Haiti, Pakistan, India e Nepal. Il rapporto denuncia una situazione gravissima: “Oggi ci sono persone che già dalla nascita si ritrovano in condizione di schiavitù, specie in Africa occidentale e Asia del sud”. Quello che sembrava essere ormai appannaggio esclusivo dei libri di storia, una piaga per lo più estirpata con la fine del Ventesimo secolo, è oggi un fenomeno di preoccupante attualità.
Le persone che vivono in schiavitù lì sono di ogni età e sesso, costretti a lavorare nelle fabbriche come a dedicarsi alla prostituzione. Un dato che allarma e che deve far riflettere, visto che riguarda uno dei Paesi Brics, ovvero quelle economie emergenti considerate le locomotive della nuova globalizzazione. Dopo l’India è la Cina infatti quella ad avere il maggior numero di schiavi, un altro Paese dei Brics dove 2,9 milioni di persone vivono in cattività. Fanno seguito nella classifica della vergogna Pakistan (2,1 milioni), Nigeria (701.000), Etiopia (651.000), Russia (516.000), Thailandia (473.000), Repubblica democratica del Congo (462.000), Myanmar (384.000) e Bangladesh (343.000). Numeri raccapriccianti che non sono estranei nemmeno a società moderne, emancipate e democratiche come gli Stati Uniti, dove circa 60 mila persone vivono in stato di schiavitù. Sono americani, ma soprattutto stranieri provenienti da zone come Messico, America centrale e Paesi caraibici. Questo perché, come dimostra un recente studio, gli Usa sono sempre di più meta finale del traffico di essere umani. L’Italia è distanziata al trentesimo posto della classifica virtuosa, ovvero è il 132 esimo Paese per numero di schiavi con circa ottomila unità. I ricercatori però avvertono che i numeri, anche negli Stati più benestanti, sono in aumento rispetto al passato. Soprattutto negli Emirati Arabi.
Per molte persone, l’immagine che viene alla mente sentendo la parola schiavitù è legata alla tratta degli schiavi, ai trasferimenti via nave da un continente ad un altro, e all’abolizione di questa tratta nei primi anni del 1800. Anche se non sappiamo nulla del commercio degli schiavi, lo consideriamo come qualcosa legato al passato piuttosto che al presente. Ma la realtà è che la schiavitù continua ancora oggi. Milioni di uomini, donne e bambini in tutto il mondo sono costretti a vivere come schiavi. Sebbene questo sfruttamento spesso non sia chiamato schiavitù, le condizioni sono le stesse. Le persone sono vendute come oggetti, costrette a lavorare gratis o per una paga minima, e sono alla completa mercé dei loro ‘datori di lavoro’. La schiavitù per debito riguarda almeno 20 milioni di persone in tutto il mondo. Le persone diventano lavoratori per debito essendo stati indotti, talvolta con l’inganno, a contrarre un prestito piccolissimo, a volte solo per acquistare medicinali per un figlio malato. Per saldare questo debito, sono poi costretti a lavorare moltissime ore al giorno, sette giorni a settimana, 365 giorni l’anno. In cambio del loro lavoro ricevono il minimo per alimentarsi e ripararsi, ma non potranno mai estinguere il debito, che può essere trasmesso a varie generazioni successive. La schiavitù “classica” o “schiavitù-merce” comprende la compravendita degli esseri umani, che sono spesso rapiti dalle loro case, ereditati o regalati.

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