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Neofascisti e criminali portano Roma alla rovina, il falso mito della destra sociale

 

La ex mejo gioventù nera di Roma mescolata alla banda della Magliana, a pezzi di potere criminale, a settori delle istituzioni che hanno fatto del tradimento civile la loro missione: è questo il lascito della destra capitolina a una città dissanguata, messa a sacco da una marea nauseante di tangenti, minacce, estorsioni, appalti truccati, nomine indebite, ‘stecche’ da spartire con furti e ruberie pure all’interno di quello stesso gruppo di potere.

Dopo la giunta di Renata Polverini alla Regione travolta da vicende grottesche e giudiziarie, esplode il caso Roma ed è ancora più cupo, più pericoloso, più temibile. La destra romana, i discendenti del Movimento sociale, di Alleanza nazionale e – sembra assurdo ma è così – dei Nar, cioè di un gruppo terroristico neofascista, hanno preso il potere nella città e nella regione che gli sta intorno e si sono sottoposti, negli ultimi anni, alla prova del governo in un’area simbolo del Paese per il fascismo italiano. Roma e il Lazio sono stati infatti in tempi recenti riconquistati da post e neofascisti dopo lunghi decenni e una lunghissima marcia di sdoganamento favorita dal patto con Silvio Berlusconi ma anche dal lavacro compiuto a Fiuggi da Gianfranco Fini. Potrebbe sembrare ingiusto accusare quest’ultimo di aver allevato figli tanto degeneri, eppure se oggi un fallimento si deve registrare nella famiglia della destra italiana, è anche quello del mai compiuto rinnovamento finiano che ha seppellito, una volta di più, il mito di una fantomatica destra sociale, quella sindacale dell’Ugl o quella del partito, con radici nell’esperienza del ventennio, e ancor prima nel culto sansepolcrino. Il fascismo italiano porta in sé – in una caricatura di nazionalismo – i germi della corruzione, del malaffare, delle casse rubate e portate via nottetempo dagli ultimi caporioni che fuggono dopo aver trascinato di volta in volta un Paese, una città, una regione al disastro e alle macerie.

Il coinvolgimento di Gianni Alemanno – il quale si dichiara estraneo ai fatti contestati ma i suoi uomini sono parte fondamentale del sistema mafioso secondo la Procura – chiude il cerchio su un’esperienza amministrativa che è stata per Roma peggio di un’invasione barbarica e ha lasciato la città svuotata di risorse, di diritti, di civiltà e piena di raccomandati neri capaci di muoversi come sabotatori nelle istituzioni per far saltare ogni tentativo di cambiamento. Secondo il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, l’indagine ha portato alla luce un sistema mafioso autoctono capitolino, cioè una mafia “made in Rome”, di cui pedina fondamentale è quel Massimo Carminati, un tempo attivo nei Nar, poi membro della Banda della Magliana, figura di volta in volta evocata nelle aule giudiziarie in cui si svolgevano i processi per alcuni dei fatti di sangue più gravi della storia della Repubblica. E ancora oggi, spiega la Procura, il sistema di cui Carminati era il principale referente, funzionava in modo trasversale, coinvolgeva cioè pezzi di istituzioni, partiti, servizi segreti, forze dell’ordine; i reati contestati sono tanti e fanno impressione a vederli tutti in fila: associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e via dicendo.

Lo scandalo romano arriva dopo le indagini sul Mose di Venezia, l’Expo milanese (in odor di ‘ndrangheta), le vicende giudiziarie genovesi legate alla banca Carige. Il nord ex industriale e ora la capitale affondano nella corruzione, umiliano i cittadini, lasciano senza speranza un Paese e un popolo. Se c’è un’eredità tremenda del berlusconismo è proprio questa: quella di aver fatto credere che la modernità fosse costruita sull’assenza di legalità, di giustizia, di uguaglianza. Così che – in un precipitare della vita democratica – le procure e non più le forze politiche oneste sono diventate gli argini al dilagare della ruberia per un’opinione pubblica e una cittadinanza disperati. Ma un sistema di questo tipo è destinato a non funzionare, a fallire.

Vale appena la pena ricordare che solo pochi giorni fa si invocavano le dimissioni del sindaco di Roma Ignazio Marino per una storia di multe non pagate: lo faceva il senatore Andrea Augello, oggi alfaninano con un passato nel Msi, nel Fronte della gioventù, nell’Ugl e in Alleanza nazionale. Alemanno nel frattempo marciava su Tor Sapienza seguito dal nazi-leghista Borghezio, mentre lo stesso Pd – partito oggi toccato dall’inchiesta – chiedeva al suo primo cittadino, di fare chiarezza sulla vicenda. Di sicuro ci sono dei limiti evidenti nell’azione amministrativa e politica di Marino, limiti che vanno corretti con l’azione politica, il dialogo, le alleanze. E tuttavia fa impressione la campagna stampa scatenata contro il sindaco in carica a fronte di quello che sta emergendo. Questi fatti ci dicono anche qualcosa sul livello etico dell’informazione e del giornalismo nel nostro Paese e sui suoi rapporti di potere.

La Roma dei palazzinari è diventata in questi anni una città criminale, una Gotham city senza Batman, senza eroi, con cittadini rassegnati, affaticati da un cumulo di rifiuti sotto casa, da una scuola in cui non c’è neanche la carta, mentre mancano mezzi pubblici decenti e la vita culturale è praticamente scomparsa. Potremmo alzare bandiera bianca, dire: basta, è finita; se non fosse che i primi a pagare per questa resa saremmo ancora una volta noi. In questa orgia di malaffare e neofascismo non può morire pure la nostra coscienza civile, non devono scomparire anche la solidarietà e la giustizia.

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