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Renzi e la velocità

 

(…) Fuori dal mito e dal dramma, a me sembra che il giudizio sulla velocità di Renzi  non tenga conto di una regola universale e di un fattore specificamente italiano. La regola, che Robert Musil enunciò nel saggio Sulla stupidità e altri scritti, è che “i partiti non vivono delle proprie promesse, ma delle promesse altrui che non riescono a far mantenere”.  E’ questa la grande base programmatica di Grillo e del grilliamo. Credo che Renzi conosca queste verità e perciò impone termini stretti alle sue promesse, togliendo agli altri la possibilità di non fargliele mantenere. Così realizza il programma del fare, infrangendo lo storico interesse comune dei partiti al non fare pensieri; e per la prima volta, dopo gli anni degasperiani (assicurati da una schiacciante maggioranza assoluta in parlamento) cambia il volto della politica, cambia lo stato d’animo del paese, che non è inedito nella penisola (c’era stato un’altra volta nel 1859-61, ma si tratta ormai di ere geologiche), del tutto ignare agli oppositori di oggi. Cioè ai conservatori Grillo e Berlusconi. Non è detto che il risultato del fare sia sempre positivo: ma quando non lo è aggredisce la palude, muove le acque stagnanti, cambia, come la bonifica, il paesaggio e il paese.

Cambiar faccia al paese è il fattore specificamente e urgentemente italiano del renzismo. Si fonda sul ribaltamento di quasi tutti i luoghi comuni sui quali e coi quali il paese è invecchiato tra uno scatto e l’altro, distanti lunghi decenni l’uno dall’altro: 1860, 1948, 2014. Il più permanente di quei miti, purtroppo di origine “democratica” non in senso renziano, è che l’Italia sia nata e sia tutt’ora prigioniera, grazie a una burocrazia che ha per guide le culte de l’incompetence et l’horreur des reponsabilités, di un centralismo uniforme e autoritario: “Un grande mito polemico”, lo definì il maggior conoscitore vivente dello Stato italiano, Sabino Cassese, nel saggio scritto nel 2011 per rendere omaggio ai 150 anni dell’unificazione. Nell’Italia unita, l’amministrazione locale gestiva un terzo della spesa nazionale complessiva, quota superiore a quella del Regno Unito preso a modello del self-governement. Era l’amministrazione locale a gestire la scuola, la previdenza, le assicurazioni sociali, l’igiene, l’energia elettrica, l’acqua, i trasporti, il gas, l’agricoltura. Insomma, l’Italia era nata con un “centralismo debole”: ma la convinzione delle classi intellettuali e degli avversari dell’unità, che occorresse concentrarsi nella lotta al centralismo, è stata vincente. In modo definitivo dopo e grazie al fascismo, succeduto al sessantennio liberale. Così la Costituzione della repubblica nacque regionalista e autonomista.

E mentre il localismo devastava il paese e sbriciolava lo Stato, si diffondeva (di nuovo a sinistra) il delirio del “regionalismo ai limiti del federalismo”: ossia il nuovo Titolo V della Costituzione, con la conseguente torre di Babele dei poteri, delle competenze, delle risorse. L’intuizione di Renzi di far partire nelle primissime settimane del suo governo due siluri, uno contro il bicameralismo ripetitivo, piaga dello stato centrale, e uno contro il Titolo V, piaga dello stato delle autonomie, è il cuore di una riforma radicale, anche se deragliata sui binari di un Senato senza capo né coda; riforma che, corretta ma in tempi veloci, traumatizzanti in  un paese abituato ai lunghi sonni morotei, berlingueriani, andreottiani, potrebbe ridarci le due cose che ci mancano e che sono tutto: lo Stato e la Nazione.

L’anarchismo di Cgil Cisl Uil Ugl, per citare il livello più alto e meglio mascherato per il suo aggancio scolastico all’ideologia costituzionale (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”),  è solo la conferma che le grandi compagnie di ventura del nostro paese non sentono la Nazione e non hanno mai avuto il senso dello Stato. Non sentono neanche l’afrore della propria decomposizione: i sindacati diventati mummie, la confindustria una ripetitiva compagnia di elemosinanti, la scuola un’arena per centinaia di migliaia di giovani e non più giovani aspiranti alla cattedra, la stampa una corporazione a cui fa specie perfino se la si sollecita (vedi Rai) a contribuire ai tagli cui tutti, perfino i militari, sono chiamati per rimediare ai risultati dell’immobilismo storico, i superstipendiati delle burocrazie “tecniche”, perfino l’alta burocrazia in sé quando le si prospetta una rivoluzione dinamica.

Tanti anni fa Gianni Agnelli disse che la Fiat, con la motorizzazione diffusa, aveva dato agli italiani un sesto senso: la velocità. Se Renzi, unificando Motorizzazione, Pra e Aci riuscirà ad aumentare quella velocità, dov’è il problema? E di chi è il problema di eventuali tagli di competenze, accorpamenti di poteri e prerogative, riattribuzioni di responsabilità? Dei Tar, delle prefetture, della Ragioneria generale, dell’Istat, del Cnel, o lo è dei cittadini sui quali grava l’immensa foresta parassita, da cui la “rivoluzione @” del governo vuole liberarli?

Chi ha vissuto le cronache della prima repubblica, ricorda di aver sentito allora parlare di molte cose che oggi vengono riproposte come nuove e sono nuove, perché in un contesto non casuale ma di sistema: un unico segretario comunale per molti comuni,  taglio della metà dei permessi sindacali nelle amministrazioni,  ruolo unico dei dirigenti con carriere basate su incarichi a termine, mobilità obbligatoria dei dipendenti pubblici entro un raggio di alcuni chilometri, possibilità di non finire in esubero scendendo nelle mansioni, premi di produttività legati ai risultati del lavoro, incompatibilità dei magistrati amministrativi, centrale unica per gli acquisti di tutte le polizie, riduzione di prefetture, sedi provinciali Istat e ragionerie provinciali, sovrintendenze, autorità portuali, taglio delle municipalizzate, obbligo di trasparenza –  guarda caso – per i sindacati con la messa on line di ogni spesa, codice unico (pin) a ogni cittadino per l’accesso ai servizi pubblici… Tante di queste aspettative ce le portiamo dalla prima repubblica, quando l’oggettiva connivenza di sindacati, burocrazie, partiti, istituzioni, magistrature, corporazioni, mafie, massonerie, demonizzava “la fretta” di qualsiasi programma politico.

Il risultato politico, per le forze che si dicono e in parte sono progressiste, è quello che ha detto  Renzi con durezza che fa male a sentirsi, ma fa bene se ascoltata e realizzata: “La sinistra che non cambia diventa destra”.  E questo mette in eguale crisi non la destra che è destra ma la sinistra ideologica che continua a ideologizzare, la sinistra di governo che si porta dentro (come il Pd) larghe eredità di quell’altra sinistra o acquisizioni moderate che confondono la moderazione con l’antivelocità e infine con l’immobilismo; e soprattutto lo “sciacallo  che specula sulla disperazione” di giovani, ai quali la miscela fra il nullismo educativo del sistema italiano e la crisi globale dei sistemi economici,  hanno dato il turpiloquio come lingua e il terremoto come soluzione oggettiva dei problemi che soggettivamente non sono in grado nemmeno di definire a se stessi.

Si spiega perché l’altra metà del mondo giovanile e non solo, quella che ha vissuto studiando e lavorando come se il paese non fosse in notevole parte cialtrone, è approdata alla rivoluzione renziana senza bisogno di gracidare turpiloqui e minacce, crede che la velocità vada salvata per combattere i cialtroni prima che riescano a organizzare la controffensiva, ed esorta Renzi a impedire che congiura interna e contestazione esterna segnino la sconfitta delle speranze nel “Derby tra rabbia e speranza”.  Se non è stato possibile dare agli elettori del 25 maggio, insieme alle realizzazioni che le propagandiste non si stancano di ripetere nei loro spot, anche un primo voto in parlamento sulle riforme istituzionali, si dia agli elettori la spiegazione che la velocità, diventata matura nel governo, consente le pause per ripartire: non certo dal pansindacalismo dei concertatori né dal presidenzialismo dei veteroforzisti e dei neofascisti, che preparerebbero una repubblica di Salò per Grillo, ma da ciò che la Costituzione dice, l’Italia è una repubblica parlamentare, che va razionalizzata per impedire che resti una palude. Nella quale il putridume di tangentopoli continua a gonfiarsi purulento, come le alghe sulle acque morte.

* dal vocabolario di Mario Lavia “IL Renzi” (editori internazionali riuniti)

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