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La battaglia di Tuttoggi.info contro il bavaglio all’informazione

 

di Carmine Gazzanni* 

Non è bastata la sentenza del Riesame. Quella intrapresa dal tribunale di Spoleto pare una vera e propria crociata contro Tuttoggi.info, piccolo giornale online umbro, e il suo direttore Carlo Ceraso. La colpa: essersi occupati di una vicenda scottante, come l’inchiesta sulla Banca Popolare di Spoleto, che vede rinviate a giudizio ben 34 persone, tra cda e imprenditori legati all’istituto, per reati che vanno dalla mediazione usuraria all’ostacolo alla Vigilanza, dall’associazione a delinquere fino alla bancarotta fraudolenta. Ma, dopo aver ordinato il sequestro di tre articoli in cui venivano citati atti processuali, nonostante questi fossero già pubblici e non coperti da alcun segreto, e dopo che il tribunale del Riesame di Perugia ha ordinato, proprio per tali ragioni, il dissequestro dei pezzi incriminati, il tribunale di Spoleto ha deciso di giocarsi l’ultima carta ricorrendo addirittura alla Cassazione.

Quello che sta accadendo in Umbria non è semplicemente una piccola vicenda locale. Dietro c’è molto di più: il rischio, come sottolinea anche il presidente di Articolo21 Stefano Corradino, “è che si possa creare un precedente pericoloso per tutto il panorama giornalistico italiano”.

Ma partiamo da principio. Della questione l’Espresso già si era occupato , dopo che il 20 dicembre scorso al giornale era stato recapitato l’avviso di sequestro preventivo, mediante oscuramento, di ben tre articoli. Il motivo? Difficile stabilirlo, dato che gli atti processuali erano ormai pubblici quando il giornale, diretto da Carlo Ceraso, ha pubblicato i pezzi incriminati. Non solo. “Gli articoli incriminati – rivela lo stesso Ceraso – sono stati pubblicati tre mesi dopo l’avviso di conclusioni indagini. Peraltro, ci siamo limitati a pubblicare un minimo stralcio degli atti, forse una ventina di pagine sulle oltre 6mila che compongono il fascicolo”.

È lo stesso gip, Daniela Caramico D’Auria, a scrivere nero su bianco nell’ordinanza di sequestro che “le intercettazioni pubblicate negli articoli” sono “atti non più coperti da segreto avendo il Pm emesso nell’ambito del procedimento nr. 319/2009 avviso di conclusione delle indagini”. Cosa si contestava allora? A detta del gip era necessario che il giudice non venisse influenzato e non conoscesse gli atti prima dell’udienza preliminare, nonostante fossero, di fatto, già atti pubblici.
Una preoccupazione che non regge, dato che il codice penale parla di pubblicità degli atti al momento della notifica di conclusione delle indagini, nel rispetto della pubblica opinione. Non è un caso allora che il 21 gennaio 2014 il Tribunale del riesame di Perugia abbia ordinato il dissequestro degli articoli, ritenendo il decreto del gip “paradossale e francamente inaccettabile” dato che, nel momento in cui si arriva alla conclusione delle indagini, “è di tutta evidenza che non solo cessa la segretezza endoprocedimentale, ma anche il divieto di pubblicazione, parziale o totale, in quanto gli atti sono conoscibili dall’indagato e acquisibili dallo stesso”. Ciò – si legge ancora nella sentenza disposta dal presidente del riesame Giuseppe Narducci – comporta “il venir meno del divieto di pubblicazione degli stessi (atti, ndr), anche in forma integrale”.

Insomma, secondo il riesame, Ceraso e il suo giornale non hanno commesso alcuna violazione. Fine della vicenda? Tutt’altro: il pm del tribunale di Spoleto ha infatti deciso di rivolgersi alla Suprema Corte di Cassazione affinché venga ricusato il dissequestro deciso dal riesame di Perugia. Insomma, la partita – almeno per il tribunale di Spoleto – non è affatto chiusa. Nonostante il provvedimento di oscuramento degli articoli sia stato già definito “paradossale” e “inaccettabile”.

Una decisione, quella del pm, che ha destato stupore anche nell’Ordine dei Giornalisti che ha denunciato “l’insistenza con la quale l’ufficio del Pm continua a proporre una visione negativa e limitante del diritto all’informazione. Annullandone una delle funzioni fondamentali: il potere di controllo”. A rimanere incredulo lo stesso direttore del giornale Carlo Ceraso: “Francamente non comprendo questo ricorso e le tante energie spese nei confronti di un giornale che ha fatto solo il proprio dovere informando l’opinione pubblica di uno scandalo come quello che ha travolto la Bps. È in gioco – continua Ceraso – lo stesso diritto di informazione, la stessa funzione di ‘cane da guardia’ che viene riconosciuta in tutto il mondo alla stampa. Non stiamo parlando di un furto di mele, ma di una Banca e dell’interesse di migliaia di soci e clienti”.

Anche Articolo21 ha espresso solidarietà al giornale e al suo direttore: “È l’ennesimo bavaglio all’informazione libera – dice all’Espresso il presidente dell’associazione – uno dei tanti atteggiamenti che hanno determinato e determinano la posizione così infima dell’Italia sulla libertà di espressione”. Secondo Corradino, quello che sta accadendo rivela una pericolosità ancora maggiore rispetto al passato: “Eravamo abituati alla querela temeraria e milionaria utilizzata per intimidire il giornalista di turno. Ora siamo arrivati ad un fatto ancora più grave, con un tribunale che chiede addirittura il sequestro degli articoli, nonostante siano atti pubblici. Il rischio è quello che si crei un precedente pericoloso per tutta la stampa italiana”. Ecco perché “continueremo ad appoggiare Tuttoggi.info, ma questa è una battaglia che dobbiamo portare avanti a livello nazionale, anche in sede parlamentare”.
Adesso riflettori puntati su cosa accadrà domani, giorno in cui si terrà l’udienza presso la Cassazione. In gioco e in ballo non c’è solo un direttore con la “schiena dritta” e un piccolo giornale tenace. Ma l’intera dignità del giornalismo d’inchiesta.

* Pubblicato su “l’Espresso”

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