Carlin Petrini, scomparso ieri a settantasei anni, incarnava la bellezza del mondo, la sua unicità e persino la sua poesia, come dimostrano le sue collaborazioni con altri ribelli sempre pronti a remare “in direzione ostinata e contraria”. Basti pensare al suo proficuo confronto con “Pepe” Mujica, il compianto presidente dell’Uruguay che restituì a quel paese dignità e futuro, con Luis Sepúlveda, un eterno sognatore concreto col quale ragionò su “un’idea di felicità”, declinata in senso radicalmente alternativo rispetto alla vulgata corrente, e soprattutto con papa Francesco, al quale lo accomunava la passione per la terra, l’amore per l’essere umano, la condivisione di valori ormai considerati desueti e la gioia di costruire, creare, far crescere comunità, ispirare avventure straordinarie e trasformarle poi in azioni tangibili.
Del resto, il suo motto era: “Chi semina utopia raccoglie realtà”. E Carlin di utopia ne ha seminata ovunque: Slow Food, Terra Madre, il cibo inteso come strumento di riflessione, mezzo e fine al tempo stesso per ragionare su un’altra idea di società e di domani. Se dovessimo tracciare un paragone, calzerebbe alla perfezione quello con Gino Strada: quest’ultimo si occupava di curare chiunque ne avesse bisogno, senza chiedere a nessuno la provenienza, il reddito o le idee politiche; il primo si prendeva, invece, cura dell’anima ma anche della tavola e del nostro stare insieme, rilanciando un’idea di convivialità e convivenza pacifica di cui si avverte sempre più il bisogno. Non a caso, aveva conquistato anche un ambientalista convinto come re Carlo d’Inghilterra, da sempre vicino alla sua visione del mondo e al suo modo di far politica partendo dai frutti della terra e dalle caratteristiche migliori di un Paese che troppo spesso, ahinoi, si butta via.
Langarolo di Bra, ha saputo trasformare i luoghi di Fenoglio, destinati alla “Malora” e all’oblio, in un punto di riferimento per la collettività, promuovendo un’opposizione sistemica al cibo spazzatura, al dominio della velocità sulla bellezza e sul ragionamento e all’obbligo di arrivare sempre e comunque, di essere “vincenti”, di calpestare il prossimo per affermarsi.
Nel regno del neo-liberismo, in una società sempre più fragile e atomizzata, Carlin Petrini ha saputo dire basta e immaginare qualcosa di diverso, coinvolgendo milioni di persone in tutto il mondo e restituendoci così un’appartenenza alla terra nel senso letterale del termine.
Se ne va, dopo aver espresso per tutta la vita il proprio amore per la natura. Ci lascia un’eredità straordinaria e un vuoto incolmabile. Da oggi, quando attraverseremo le tue Langhe, caro Carlin, rivolgeremo gli occhi al cielo e poi alla terra, come se fossimo i protagonisti di una lirica di Neruda, perché anche grazie a te gli esseri umani e il paesaggio, almeno per un po’, si sono presi una bella rivincita.
