Giornalismo sotto attacco in Italia

L’appello di Bernie Sanders alla mobilitazione. Quando l’indignazione non basta più

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Al Festival del libro di Torino Bernie Sanders ha avuto il merito di riportare la questione dei media nel luogo esatto in cui oggi va collocata: non solo nel capitolo “libertà di stampa” ma dentro l’architettura materiale del capitalismo del XXI secolo. Nel presentare il suo libro Contro l’oligarchia (ed. chiarelettere) Sanders è partito dai numeri: sei grandi conglomerati controllano circa il 90 per cento di ciò che gli americani vedono, ascoltano e leggono. Subito dopo sono arrivati i nomi: Elon Musk con X; Jeff Bezos con il Washington Post e Twitch; Mark Zuckerberg con Meta; Rupert Murdoch con Fox News, Wall Street Journal e New York Post; David Ellison con Skydance, Paramount, CBS, MTV. Sotto, a fare da nervatura comune, ci sono i grandi fondi d’investimento — BlackRock, Vanguard, Fidelity, State Street.

Negli Stati Uniti, il potere mediatico è una infrastruttura. Il giornale, la televisione, il social network, la piattaforma video, il motore di ricerca, il cloud, l’algoritmo di raccomandazione, il mercato pubblicitario, il sistema di raccolta dati, l’AI, non sono più segmenti separati: sono il tessuto nervoso dell’oligarchia.

Dentro lo stesso ingranaggio entrano ricchezza, tecnologia, informazione, intrattenimento, finanza, politica, ministero della guerra. Non è un complotto: è una catena di valore.

La concentrazione proprietaria può permettersi di agire non necessariamente per interdizione. Non dice: questo non si può sapere. Dice piuttosto: questo non merita i titoli di testa. Alcuni conflitti marginali vengono drammatizzati fino all’isteria, altri vengono ridotti a rumore statistico. La destra italiana al governo guarda a questo modello come a un repertorio possibile (Garlasco, la famiglia nel bosco).

Naturalmente l’Italia non è l’America: non ha le stesse piattaforme, non ha la stessa scala finanziaria, non ha il medesimo rapporto tra politica e big money. Da noi la concentrazione mediatica non è una novità importata dalla Silicon Valley perché, come sappiamo, è stata una delle anomalie fondative della Seconda Repubblica: conflitto d’interesse, occupazione del servizio pubblico, pressione sugli organismi di garanzia, insofferenza verso il giornalismo indipendente, leggi bavaglio. La Rai, in questo quadro, è, ancora oggi, il punto in cui si misura se esista ancora uno spazio comunicativo non riducibile né al governo né al mercato.

A Torino Sanders non ha portato soltanto il titolo di un libro, ma una diagnosi politica: l’indignazione, da sola, non sposta più nulla. Anzi, quando resta senza seguito, finisce per diventare una forma educata di resa, un rumore di fondo. Per questo non bastano appelli, denunce, prese di posizione destinate a consumarsi nel giro di poche ore. Servono atti riconoscibili, iniziative capaci di mettere in relazione politica, istituzioni e società civile.

Da qui nasce l’iniziativa di Articolo21: convocare un’assemblea aperta ad associazioni e movimenti per chiedere ai partiti progressisti di uscire dall’attesa e assumere iniziative concrete: occupare l’aula della Commissione di Vigilanza, paralizzata da oltre tre anni dall’ostruzionismo della maggioranza; pretendere l’immediata applicazione del Media Freedom Act; riportare la riforma e il rilancio della Rai fuori dal recinto delle rituali lamentazioni.

La concentrazione mediatico-politica americana non resta circoscritta agli Stati Uniti: Sanders ha messo in guardia dal delinearsi di una rete internazionale, i cui snodi, ripetitori e talvolta perfino avamposti coincidono con i governi e i partiti amici di Trump. È una ragione ulteriore perché il servizio pubblico torni presto ad essere una casamatta della democrazia.

 

 


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