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25 APRILE, “degli operai e dei partigiani” (Enzo Biagi)

 

Cosa rappresenta, oggi, il 25 aprile? Cosa rappresenta la Festa della Liberazione per un ragazzo di vent’anni o poco più? Perché dovrebbe scendere in strada, in piazza, con un fazzoletto tricolore al collo e intonare “Bella ciao” quando sono trascorsi così tanti anni dal 25 aprile 1945 che, in alcuni casi, nemmeno i suoi nonni possono testimoniargli i sogni, le speranze e la voglia di rinascere che quel giorno invase l’intera Penisola? Per quanto possa sembrare strano, la risposta è abbastanza semplice: per tutto ciò che è accaduto dopo.

Scrive, infatti, Enzo Biagi nel libro “I quattordici mesi – La mia Resistenza”: “Disse Otello: “Abbiamo imparato a uccidere, siamo anche capaci di essere crudeli. Mi pare impossibile che adesso uno si svegli e vada a lavorare, che a mezzogiorno si mangi, che la sera si chiuda la porta, poi a dormire”. “Si è combattuto” dissi “soprattutto per questo”. E hanno scritto le figlie Bice e Carla all’inizio del libro: “Tra i ricordi più vivi che abbiamo di nostro padre, soprattutto degli ultimi anni, c’è una frase che ricorreva più spesso nei pomeriggi passati insieme: <<Ci sono due categorie di uomini a me più care>> ci diceva. <<Gli operai e i partigiani>>. Così sintetizzava orgogliosamente, in fondo, l’ambiente dal quale veniva, e la scelta che aveva cambiato la sua giovinezza e dato un segno alla sua storia”.

Non è un caso se quel figlio di un umile operaio, da lui una volta arbitrariamente promosso impiegato con grande sdegno della madre per la bugia detta a scuola, quando tornò per l’ultima volta in RAI volle aprire RT con una puntata dedicata alla Resistenza e alle resistenze moderne. E non è un caso che quelle resistenze siano le stesse di oggi: quella degli operai del Sulcis alla disperazione e quella degli operai della “Lucchini” di Piombino, quella dei ragazzi precari, dei giovani senza futuro, degli artigiani che si danno fuoco e degli imprenditori che si impiccano nelle proprie aziende al collasso; quella di intere generazioni private dei diritti e della dignità, della libertà che deriva dal lavoro e della speranza che viene dalla possibilità di costruirsi un futuro.

Perché è inutile, anzi ingiusto, celebrare la Festa della Liberazione con tante fanfare se poi ci si dimentica di ciò che è nato su quei monti, di quella Costituzione che oggi qualcuno considera vecchia e superata e vorrebbe stravolgere, senza rendersi conto che essa è figlia della rivendicazione di tutti i diritti che erano stati negati durante il Ventennio: la pace, il lavoro, la libertà d’espressione, l’uguaglianza, il rispetto per le istituzioni e che mettere in dubbio tutto questo significa minare alla radice il nostro senso di comunità e dello stare insieme.

Ma il 25 bisognerà scendere in strada anche per parlare di Europa, a un mese esatto dalle Europee, perché è sempre negli anni dell’abisso che questo sogno fu ideato da un italiano confinato dai fascisti a Ventotene e il protagonismo internazionale dell’Italia nell’immediato dopoguerra è frutto di quella stessa classe dirigente che ebbe il coraggio di riportare nella Carta costituzionale lo spirito con cui era stata partigiana, valorizzando le differenze e ponendo al centro del nostro contratto civile i valori del rispetto, della tolleranza, della gioia di compiere un percorso insieme pur partendo da posizioni differenti.

E bisognerà scendere in piazza in nome della pace e dell’uguaglianza, perché la Costituzione ha ampliato il nostro orizzonte e ci ha indotto a guardare al di là del mare, sulla sponda da cui parte la disperazione di persone che hanno perso o venduto tutto pur di aggrapparsi alla speranza di un avvenire migliore; senza dimenticare i barboni di Verona, cui nessuno potrà più portare da mangiare pena una multa di cinquecento euro stabilita dall’ultra-destroide giunta Tosi, per la quale evidentemente il decoro urbano viene prima della dignità delle persone.

Infine, bisognerà mobilitarsi in nome delle istituzioni perché l’attuale dibattito politico è davvero insopportabile, becero, privo di contenuti, irrispettoso e indegno di luoghi sacri della democrazia che sono costati il sangue di migliaia di persone e che meritano ben altra rappresentanza, ben altri atteggiamenti, ben altri toni, ben altra considerazione e ben altro trattamento. Poi ci sarà qualcuno che dirà che questa è tutta retorica, la solita retorica della sinistra che non vuole mettersi al passo coi tempi e altre amenità e noi avremo il dovere di manifestare anche per loro, per difendere il loro diritto di dire sciocchezze e il nostro di farglielo presente, per recuperare quella normalità e quel senso della sobrietà e della misura che oggi sembrano completamente scomparsi dall’orizzonte di tutti gli schieramenti.

In poche parole, dobbiamo scendere in piazza, ancora una volta, perché ci sia un domani, perché le nuove generazioni riscoprano la volontà di guardare al futuro, perché i giovani riscoprano il senso, l’attualità e la bellezza della collettività e anche dell’associarsi in partiti, movimenti, organizzazioni, rispondendo al tempo stesso al quesito di chi è incerto se sia più importante il singolo o la comunità. La Resistenza, difatti, è stata possibile solo perché dei singoli hanno avuto il coraggio di riscoprirsi comunità e hanno deciso di continuare ad essere tale, non solo contro un nemico comune e opprimente ma, soprattutto, in nome di un’ideale di giustizia e di riscatto. Giustizia e riscatto: parole meravigliose e oggi desuete, proprio come liberazione, per una festa cui quest’anno chiediamo di liberarci, almeno per un giorno, dalla prepotenza, dalla tracotanza, dalla nullità e dall’odio di chi crede di poter calpestare la nostra storia e tutto il patrimonio di diritti, valori e conquiste che essa rappresenta.

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