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In ricordo di Ilaria e Miran

 

Ci sono giornalisti che vantano di avere un’agenda piena di nomi che contano. Che quando passano in redazione si notano per il passo svelto, di gente che sta seguendo cose molto importanti. E poi ci sono “giornalisti – giornalisti” come si dice di Siani in Fortapàsc, quelli che amano il mestiere e hanno la testa dura. Quando passano al giornale quasi non li vedi e hanno tempo persino per salutare la donna delle pulizie che gli attraversa la strada. Ilaria era così. E credo che fosse così anche Miran.

Vent’anni facevo le mie prime prove come vice di Andrea Giubilo, direttore del Tg3 dopo l’allontanamento di Curzi. Mi preoccupavo delle imminenti elezioni in cui la “gioiosa macchina dal guerra” della sinistra sarebbe stata asfaltata da un ex pduista mago del marketing e che avrebbe segnato di sé il ventennio a venire. Quel viaggio della Alpi in Somalia deve essermi sembrato poco più che una passeggiata. Scortata dalle truppe americane e infastidita dal solito generone che segue le nostre spedizioni all’estero. Niente sapevo della scia di rifiuti tossici che dall’Italia muoveva verso il corno d’Africa, né qualcuno mi parlò mai di una visita che Ilaria aveva l’intenzione di fare a Bosaso.

Quando arrivò la notizia dell’agguato, fu subito subito evidente che si era trattato di un’esecuzione. Perché Ilaria, perché Miran? Per punire gli italiani di qualcosa, pensai.  Subito dopo, però, calò il silenzio, un silenzio che conoscevo e di cui avevo ragione di sospettare. Strani movimenti, viaggi in Somalia più per garantirsi che le tracce restassero confuse che a cercare un filo da seguire.  Quel silenzio si chiama depistaggio. Per nascondere cosa? Qualcosa che i “due impiccioni”, da vivi avrebbero voluto scoprire? Oppure qualcosa che si rischiava di scoprire dopo che quei “due impiccioni” sono andati a morire proprio là?  Non lo so. Però l’odore del depilatore, di professione e di complemento, anche  del giornalista che  lavora bene con i “servizi” e che ai servizi deve pur dare qualcosa in cambio, quello è inconfondibile. Si riconosce e fa rabbia.

Perciò sono importanti le decine di migliaia di firme raccolte. Per questo è importante che il Papa incontri Don Ciotti nel primo giorno di primavera. Perché ci siano ancora “giornalisti giornalisti”. Per non dover vivere sommersi dalle bugie. Per il sorriso di Ilaria.

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