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Pussy Riot, libere ma ancora pericolose. Per Putin

 

Non fosse stato per i terribili attentati di fine anno, il disegno di Vladimir Putin sembrava finito e quasi perfetto. Il restyling pre Olimpiadi Sochi, per mostrare il volto migliore della Russia, pareva ultimato. La grande amnistia, la scarcerazione del magnate Mikhail Khodorkovsky e poi quella delle Pussy Riot Nadia Tolokonnikova e Maria Alyokhina sono state le ultime mosse del nuovo zar di Russia, che in questo 2013 appena concluso ha provato a reimporsi come grande protagonista e mediatore della scena internazionale.
Proprio le due cantati punk sono diventate tra le più note icone della battaglia per la libertà d’espressione. Nel Febbraio 2012 erano state incarcerate dopo una preghiera punk contro Putin, improvvisata nella chiesa del Cristo Redentore a Mosca. Il loro caso aveva attirato l’attenzione mediatica di tutto il mondo e anche molti personaggi noti dell’intellighenzia e della musica internazionale si erano schierati in loro difesa.

Dopo la liberazione, le ragazze non hanno esitato a dire che “se avessero potuto, avrebbero rifiutato un’amnistia che in realtà è solo propaganda, una presa in giro e una profanazione”. La Tolokinova ha fatto sapere che “la Russia è costruita sul modello di una colonia penale e bisogna cambiare questa struttura . Il confine tra libertà e non libertà è molto sottile in un Paese così autoritario. Io farò di tutto per aiutare i prigionieri, perché ora ho un legame di sangue con il sistema penitenziario e cercherò di fare in modo che diventi migliore”.

Nadia e Maria hanno fatto sapere di “voler ancora cacciare Putin e creare insieme un’associazione per i diritti umani, pronta a boicottare anche le prossime Olimpiadi invernali, che si terranno a Sochi dal 7 al 23 febbraio 2014”. Che, in realtà, la stretta dell’uomo forte di Russia non sia ancora davvero allentata è stato provato anche qualche giorno fa, quando a Mosca è stata bloccata la proiezione del documentario “Pussy Riot: una preghiera punk.”

Una telefonata ha avvisato i dipendenti del centro Gogol che sarebbero stati licenziati se avessero proiettato il film, come da programma. Alla chiamata ha fatto seguito una lettera formale dell’assessorato alla cultura di Mosca in cui si accusano le artiste e i registi del documentario di essere provocatori. Il ruolo dell’arte è invece quello di “salvare il mondo, renderlo un posto migliore, non di infiammare il pubblico con storie scandalose prive di meriti culturali” si legge nella lettera. Così sono state cancellate anche altre due proiezioni in programma a Mosca.
Le Pussy Riot sono libere, dunque, ma ancora pericolose. Almeno per Putin.

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