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Sotto il segno di Müller

 

Cosa resterà dello tsunami festivaliero dell’ottava edizione della rassegna Internazionale del Film di Roma, che si è scatenato a partire da venerdì 8 ed ha esaurito la sua potenza cinematografica domenica 17 novembre con i fuochi d’artificio finali rappresentati dalla proiezione fuori concorso, in prima mondiale, di “Sou Duk/Saodu” (“The White Storm”)?

Il regista Benny Chan, considerato, oggi, una vera e propria icona del nuovo action-movie hongkongese, ha realizzato il primo film poliziesco “internazionale” prodotto in Cina, l’opera più spettacolare e con il budget più importante della produzione cinematografica cinese del 2013. Quelle che il maestro Benny Chan offre allo spettatore sono due ore e mezza di adrenalinici effetti speciali, ma non solo. Nel corso della lavorazione, come ha spiegato lo stesso Chan, si è convinto che l’azione mozzafiato del film dovesse essere letta anche attraverso la chiave esistenziale, che lega i tre protagonisti in un contraddittorio e dilacerante rapporto fraterno. Il red carpet dell’edizione 2013 ha srotolato una programmazione – nelle varie sezioni – di 163 film ed eventi speciali fuori concorso con produzioni provenienti da 30 Paesi.

A sorpresa, il Marc’Aurelio d’oro è stato assegnato dalla giuria internazionale a “Tir” di Alberto Fasulo – primo film italiano ad aggiudicarsi la prestigiosa statuetta al Festival del Film di Roma – documentario in tempo reale sulla solitudine di Branko ex professore croato, che le difficoltà della vita hanno costretto ad accettare il lavoro di camionista. La narrazione delle sequenze è scarna, dura. E’ il microcosmo di un uomo colto che si misura con la continua frustrazione della lontananza dalla famiglia che reclama la sua presenza e la triste esistenza in quel “piccolo mondo” tutto racchiuso nella cabina attrezzata di un Tir Scania-Saab.

Il “miracolo di Venezia” si è ripetuto: la “consacrazione” con il Leone d’Oro a “Sacro G.R.A.” di Gianfranco Rosi, benedetta dal Presidente della Giuria Bernardo Bertolucci, ha indicato le possibili nuove tendenze di quel genere definito, a volte anche impropriamente, “docu-film”, che si sta affermando anche in Italia in questi ultimi anni. La rassegna romana l’ha seguita a ruota. Anche il Premio per la migliore interpretazione maschile è andato all’attore Matthew McDonaughey protagonista di “Dallas Buyers Club” di Jean Marc Vallée, è andato ad un film complesso che documenta una tragedia sociale dei nostri giorni, quella dei malati di Aids, attraverso la “via crucis” di uno di loro. Ed anche il pubblico ha mostrato di apprezzare e sentire questa storia dura, assegnandogli il premio BNL come miglior film della rassegna.

“Forse il cinema – come ha sottolineato il Direttore Artistico del Festival di Roma, Marco Müller – non è ancora compiutamente un’arte. La sua potenza artistica richiederebbe che gli strumenti ad esso propri fossero attualizzati sempre meglio” – forse proprio per testimoniare, registrare, documentare le realtà sensibili che percepiamo. “Quando (spesso) ciò non accade, resta una potenza fragile, come sospesa, il futuro anteriore di una promessa. Se oggi possiamo riprendere a considerarlo “arte”, è solo nell’accezione contemporanea e rifondata del vocabolo, perché sappiamo vedere i fecondi disordini che il cinema ha causato, spalancando nuovi campi di sperimentazione.”

Al Festival di Roma era presente anche una sezione dedicata interamente al documentario nel senso più stretto del termine, la sezione Prospettive Doc Italia, e il Premio come Miglior Documentario italiano se l’è aggiudicato “Dal Profondo” di Valentina Pedicini storia italiana di denuncia e di lavoro vissuta il racconto di una donna tra le metafisiche viscere di una miniera in Sardegna.

Ma, sempre, in questa sezione abbiamo visto l’opera prima di Ermanno Cavazzoni, il divertentissimo “Vacanze al mare”, originale film documentario (il titolo ci fa facilmente indovinare l’argomento) realizzato utilizzando,  esclusivamente, vecchi filmini di famiglia su pellicola, o filmini girati da cineamatori, tra il 1920 e il 1980, immagini conservate e salvate dalla dispersione nell’Archivio di Home Movies di Bologna. Il regista, che è anche autore del soggetto e del testo, “analizza”, attraverso la lente di ingrandimento di un antropologo del futuro, i comportamenti, ritenuti curiosi e stravaganti, degli italiani in ferie: un ritratto di quell’umanità nella quotidianeità balneare del XX secolo.

Ma prima di partire per le spensierate vacanze al mare degli anni del boom economico tra la fine degli anni ’50 e gli anni ‘60ndel secolo scorso, gli italiani avevano dovuto fare i conti con la dura ricostruzione della Nazione, uscita dalle macerie del secondo conflitto mondiale. E’ quanto – anche, qui, ci mostra il docu-film “Lettera al Presidente” di Marco Santarelli. Un viaggio –  testimonianza attraverso le lettere che i cittadini inviavano ai Presidenti della Repubblica Italiana in quegli anni. Lettere di donne, uomini, ragazzi e bambini nelle quali leggiamo il desiderio di riscatto sociale ed umano di un popolo si rivolge al “capo” che con grande dignità, spesso, anteponendo alle richieste di interessi particolari, “suggerimenti” per il bene della collettività e della “Patria”.

Ma il viaggio nella galassia dei docu-film non può non arrivare ai nostri giorni con la quotidianeità napoletana de “L’Amministratore” di Vincenzo Marra. Alla base del suo lavoro, Umberto Montella mette sempre i rapporti umani e la capacità di essere solidale con l’esercito degli abitanti dei “suoi condominii” sempre alle prese con le difficoltà contingenti di diverse realtà come Posillipo, il Vomero, la Sanità e la periferia di Scampia. Seguendo le peregrinazioni dell’Amministratore, il regista si è proiettato all’interno di una vera e propria metafora del nostro Paese, malmesso e a rischio di crollo come molti degli stabili “visitati”.

La prospettiva è ormai chiara: l’evoluzione e l’affermazione del genere docu-film è ormai una realtà, uscita, finalmente, dalle secche della sperimentazione per divenire testimonianza storica della contemporaneità.

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