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In scena con uno spettacolo sull’esodo dall’Istria. La destra insorge. Intervista al cantautore Simone Cristicchi

 

Un artista di sinistra mette in scena l’esodo degli italiani dall’Istria nel 1946 e la vecchia ferita, mai sanata del secondo Novecento, si riapre. La destra insorge; sul palco dei personaggi parlano in sloveno, una delle lingue della Federativa di Tito. Per gli ex An la scelta offende gli esuli. Il cantautore è Simone Cristicchi, lo spettacolo si intitola  “Magazzino 18” e apre il 22 ottobre la stagione del Politeama Rossetti a Trieste, città sul confine con il mondo comunista, fino alla caduta del muro. Il capoluogo  giuliano, così come tutto il Friuli Venezia Giulia, fu il primo approdo degli esuli fuggiti alla pulizia etnica dai territori ceduti alla Iugoslavia. Qui nell’area del Porto vecchio vi sono i magazzini dove i polesani, fiumani, dalmati e tanti altri italiani della costa istro-veneta depositarono mobili, suppellettili, documenti, ricordi; tutto quanto non riuscirono a portare nei campi profughi e nelle nuove case. Da uno di questi depositi deriva il nome dello spettacolo firmato da Cristicchi con lo scrittore Jan Bernas, regia di Antonio Calenda con le musiche originali di Valter Sivilotti, eseguite da FVG Mitteleuropa Orchestra da lui diretta sul palco.

A sipario ancora chiuso infuriano già le polemiche?
È un lavoro dai forti contrasti, caratteristica questa di tutti i miei lavori del resto. Che un artista di sinistra parli di un argomento impugnato e portato avanti dalla destra è un fatto nuovo, suscita interesse e aspre critiche. Nonostante ciò il mio sguardo è distaccato e poetico, senza colori politici, né fascismo né comunismo. Solo voglio far rivivere la storia di chi a pagato il prezzo più alto: gli esuli istriani, fiumani e dalmati. Per questo ho consultato e inserito nel testo anche fonti slovene. E’ tempo che la sinistra ne parli senza nascondere nulla, a testa alta.

Come nasce il testo, con quale obiettivo e pensando a quale pubblico?
Credo di aver costruito con fatica un testo equilibrato, dopo essermi documentato molto, facendo ricerche, leggendo e incontrando associazioni, storici e testimoni da ambo le parti. Il mio obiettivo è raccontare i fatti emozionando. Lo spettacolo è per tutto ma soprattutto per i giovani, per chi non conosce questa parte di storia, voglio parlare non solo agli italiani ma anche ai croati e agli sloveni. Tutti hanno pianto i loro morti ed è tempo di riconciliazione.

Il testo parla solo del passato o si collega all’attuale  dramma degli sbarchi sulle coste italiane?
In scena vi sono forti rimandi all’attualità di questi giorni, le due situazioni sono rappresentate sovrapposte. I migranti che vediamo sbarcare a Lampedusa, come gli esuli, sono persone che hanno scelto di lasciare le loro terre per salvare la vita e cercare la libertà. Gente sradicata oggi come ieri, che porterà per sempre nei loro cervelli la lacerazione della perdita e dell’abbandono. Lo psichiatra triestino Peppe Dell’Acqua mi ha spiegato gli effetti devastanti nel tempo della perdita di radici. Un trauma che crea uno vero smottamento nel cervello. Nello spettacolo infatti vi è un personaggio che ripercorre l’esperienza dal campo profughi al manicomio.

Che tipo di spettacolo è questo?
Dopo 4 anni di lavoro in teatro sono arrivato a creare un genere nuovo che definisco “musical civile” capace di  arrivare a un pubblico più vasto, alle nuove generazioni soprattutto. Credo che il ruolo della musica nel testo permetta di andare oltre il teatro di narrazione e di memoria che in Italia da alcuni anni ha riconquistato il pubblico, grazie all’attività di bravi attori come Ascanio Celestini. La musica è racconto, forza e intensità. Nello spettacolo vi sono 8 canzoni, 6 inedite oltre agli accompagnamenti dei recitativi. I brani scritti, arrangiati e diretti del maestro Valter SIvilotti, creano atmosfere di grande contrasto, fra poesia a drammaticità grazie anche alla versatilità dei giovani musicisti dalla FVG Mitteleuropa Orchestra e al coro di 40 bambini. Sono loro ad avere un forte valore simbolico perché rappresentano il futuro.  .

Come raccontata questa pagina strappata dal libro della storia?
Attraverso le testimonianze contenute nel libro  di Jan Bernas  e le mie ricerche. Il narratore è un archivista romano come me, non sa nulla delle foibe e dell’esodo. Arriva a Trieste per inventariare i materiali e i documenti  degli esuli. In lui il pubblico si riconoscerà e scoprirà che cosa è accaduto. L’altro personaggio significativo è lo spirito delle masserizie; tante voci che interpreto, cambiando voce e costumi.

Il testo dello spettacolo  “Magazzino 18”, arricchito da testimonianze inedite che saranno raccolte in collaborazione con l’Università di Trieste, diventerà anche un libro in uscita a gennaio, edito da Mondadori.
Lo spettacolo resta in scena al Rossetti di Trieste dal 22 al 27, quindi sarà in tournée in Italia e all’estero.

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