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Ferrara e Grillo, due vie diverse per Orwell

 

Non so gli altri giornali, ma per quanto riguarda il nostro (Europa Quotidiano, ndr) abbiamo inteso prestare un  po’ d’attenzione anche alla modesta manifestazione di piazza Farnese (ma di questi tempi, 400 persone o 350 è grasso che cola) perché ci interessava lo svolgimento, anzi stravolgimento del tema: esercizio quotidiano di Ferrara e del suo essere intellettuale principe del principe, anche senza  scomodare Rasputin e lo zar. Ferrara – come ha ricordato il nostro Francesco Maesano nel suo servizio dalla piazza – ha mobilitato i suoi lettori per sviluppare questo tema: “Difendere l’indifendibile è una delle più note attività liberali”. Se avesse detto è una delle più nobili, o difficili, o doverose, sarei stato più contento: visto che la notorietà, di per sé, non è una qualità positiva. Notorie sono anche le olgettine e certe attività del suo adorato ex premier (“l’amor nostro”, lo ha chiamato per anni). Invece il dovere liberale di difendere l’indifendibile nasce dal dubbio, tutto cartesiano e laico, che l’indifendibile possa esser tale a causa di apparenze, superiori nel momento a ogni considerazione contraria. Difendendolo, nel senso di impegnandosi con mente sgombra per trovare dell’altro al di là di ciò che definisce l’indifendibile, è il cuore della rivoluzione liberale. Se fosse fosse nata secoli prima, avrebbe bagnato la legna di molti roghi; e tutti gli esorcismi dei preti oggi cari a Ferrara non sarebbero bastati ad asciugarla per bruciare gli “eretici”: appunto,  gli indifendibili. Ma Ferrara gioca, come già al tempo in cui era comunista, a equivocare con le parole. Allora lo stalinismo si mascherava da socialismo, le tirannie staliniane da repubbliche “popolari” o repubbliche “socialiste”. Oggi si maschera il servile da liberale, l’anarcoliberismo in liberalismo. Non debbo ricordare a Ferrara, ma ai beoti che prendono sul serio le vocazioni dell’”amor suo”, quel che scrisse Croce nella Storia d’Europa del secolo XIX: quando, a proposito della prima rivoluzione liberale, quella di Cadice (Spagna) del 1812, ricordava che in  quel parlamento nacque la parola “liberal” per definire i rivoluzionari, contrapposta alla parola “servil”, che definiva il partito conservatore.  Anche in Inghilterra, dove i liberali presero nel 1832 il nome di “Whig” in contrapposizione a “Tory” (conservatori), i significati erano gli stessi. Il gioco di prestigio di Ferrara sta nell’applicare valori liberal al partito servil. Padrone di insistere, naturalmente. Ma è una strada che può portare a Orwell, quasi come quella della democrazia elettronica elaborata nelle masturbazioni di Casaleggio e Grillo.

* da Europa Quotidiano”

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