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Congresso: alcune regole anche per l’informazione

 

Si avvicina la data del congresso del PD. La platea dei candidati tende ormai a definirsi. Si discute di regole, ma non si parla mai dell’informazione e di quanto questa possa condizionare in concreto l’esito del Congresso. E’ strano. Nel corso della passata settimana Gianni Cuperlo, che è ufficialmente candidato alla segreteria, è stato invitato a Ballarò, con altre cinque o sei personalità, con Mieli, Pagnoncelli e con altri ancora. Nel complesso dei suoi interventi avrà parlato una dozzina di minuti, a voler esagerare. La mattina seguente,Matteo Renzi, che ancora non ha sciolto la riserva sulla candidatura, è stato invitato ad Agorà, tutto solo, secondo la formula riservata in genere ai Presidenti del Consiglio, con la discreta presenza di due o tre giornalisti, non certo ostili, ed ha avuto a disposizione un ora e 20 minuti, circa. Un rapporto di1 a7. Inqueste condizioni, anche volendo prescindere dalla notorietà già acquisita dal sindaco di Firenze, la partita ha poche possibilità di giocarsi sul serio. Il discorso sarà  ancora più preoccupante quando si preciserà definitivamente il numero dei candidati.

Credo che, una volta definite al tavolo delle regole le questioni più importanti sul tappeto (primarie aperte, segreteria e premiership, ecc), vada affrontata seriamente la questione della “par condicio” tra i candidati. Si potrà stabilire, ad esempio, che a partire da un certo momento, prima del congresso (un mese, due mesi), i candidati concorrano ad armi pari e cioè con tempi equilibrati sulle principali reti televisive.

Conosco già l’obiezione: non si può imporre alle televisioni una regola che la legge non prevede. E’ verissimo non la si può imporre, ma ci sono molte strade per arrivare ugualmente  a quel risultato.

Prima di tutto sul piano dell’ordinamento, è facile dire che se non c’è una regola scritta che disciplina esplicitamente la materia,  esiste certamente  un principio generale  che impone, in presenza di una competizione elettorale, aperta a tutti gli elettori, il rispetto della par condicio radiotelevisiva. Questo principio vale soprattutto per le primarie di una grande partito nazionale e per quelle cariche che rivestano un indubbio rilievo pubblicistico (come quella di segretario nazionale o di premier). In Francia ad esempio il Conseil superieur de l’audiovisuel, CSA, pur in mancanza di regole legislative, impone anche per le primarie i principi dell’equità e dell’eguaglianza. Forse da noi l’Agcom potrebbe fare lo stesso.

Ma se proprio questo percorso si dovesse ritenere inagibile, cosa impedirebbe ai candidati di sottoscrivere un appello comune alle principali testate per assoggettarsi unilateralmente, come gentlemen’s agreement, ad una regola di questo tipo, impegnandosi al contempo ad un confronto finale sulle emittenti che accettassero questa impostazione?
Infine si potrebbe anche proporre alle televisioni un nuovo modello di programma televisivo che vada ad aggiungersi ai numerosi formati che noi abbiamo e che, a volte suggeriscono, per le trasmissioni politiche, quell’idea del “teatrino” che non è certo positiva.

Anche in questo caso proporrei di raccogliere un suggerimento che viene dalla Francia e da quella fortunatissima trasmissione in onda su France 2 dal titolo “Des paroles et des actes”. Il politico candidato si presenta tutto solo e per circa due ore viene “esaminato” da un gruppo agguerrito di giornalisti e di esperti sui principali temi del suo futuro impegno politico (visione generale, politica estera, economica, giustizia, lavoro ecc). All’interno del format è previsto anche un faccia a faccia con un suo oppositore politico. Qui si tratterebbe di adattare il modello. I principali leaders politici francesi, compresi i presidenti, hanno sempre dichiarato che questa prova è stata per loro durissima, un vero e proprio esame di maturità. Per chi fosse interessato a capire meglio la formula consiglierei di vedere su internet la recente puntata dedicata a Francois Fillon, ex primo ministro di Sarkozy ed ora suo principale antagonista.

Perché non provare anche da noi con questo modello. Credo che ne guadagnerebbe sicuramente il confronto democratico e, forse, anche l’audience!

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