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Ad Acquasparta per una Rai adulta

 

Occorre sperare in capovolgimenti di forze elettorali nel prossimo parlamento e nella volontà di una parte, spero maggioritaria, dei giornalisti Rai e del mondo dell’informazione di muoversi verso cose nuove nel rapporto fra mass media e cittadinanza. Altrimenti si diffonde la cultura grillista dello sfascio, che piace anche a giornalisti con perenni aspirazioni autoritarie. Da venerdì 9 a domenica 11 novembre si riuniranno ad Acquasparta (Terni), presso l’Ostello San Francesco e l’Auditorium comunale, alcune centinaia di giornalisti della tv e della carta stampata e on line, magistrati e personalità dell’impegno sociale (don Ciotti, per citare un nome) e dell’impegno parlamentare, per mettere a punto alcune iniziative da sviluppare in parlamento e nel paese. Se ne sono lette alcune anticipazioni sui siti della Federazione della Stampa, di Articolo21, ecc.

Si parte dalla constatazione che, come nulla è cambiato in parlamento in tema di conflitto d’interessi e di posizioni dominanti, come silenziosa resta l’Autorità di garanzia ogni volta che il monopolio privato è sotto attacco giudiziario e alcune reti Rai si trasformano in organi di partito; così nulla è cambiato, o quasi, nel servizio pubblico, nonostante le nomine al vertice: consiglio d’amministrazione, presidente, direttore generale. I giornali e i partiti fingono di non sapere, per esempio, che sono in atto furiose pressioni affinché nulla cambi nella direzione di reti e testate, salvo discutere ancora di Rainews che ha il torto di dar voce anche a chi viene sistematicamente imbavagliato.

E tacciono sulla permanente assenza in prima serata di mondi culturali scomparsi in quest’ultimo decennio. E sul fatto che tutto o quasi tutto si riduce, al momento, a progettare massicci esodi, nella cultura gelliana di indebolire il servizio pubblico per rendere più forte ed egemonica la concorrenza privata a basso costo. Il tema non mi sembra molto presente nemmeno fra quelli  discussi nelle primarie del Pd, nelle progettate alleanze e in quelle che si ipotizzano; mentre Grillo detta il decalogo anti-tv ai suoi grilletti, per colpire non solo la tv  (che lo meriterebbe) ma la democrazia  e gli elettori. Oggi le stesse obiezioni sui 50 salotti dedicati alla “mamma di Cogne” e i cento pomeriggi alla “cugina di Taranto”,  e su altre vicende analoghe che occupano le prime serate, restano una protesta folkloristica, più da massaia in cucina che da responsabili del costume sociale.

Ad Acquasparta saranno gettate le basi di un’Associazione europea che rovesci questa piramide di valori, portando in prima serata la fiction su Ambrosoli (se e quando si farà, visto il successo di quella su Borsellino); e confinando nelle ore notturne il processo Scazzi. Un rovesciamento che  realizzi lo scambio internazionale dei talenti giornalistici e creativi, prima che i nostri vengano pensionati se vecchi e messi ai margini se giovani. Bisogna tornare al servizio pubblico che consentì alla Rai del maestro Alberto Manzi, col suo “Non è mai troppo tardi”, di alfabetizzare oltre un milione di italiani. E sincronizzarsi con le nuove tecnologie, tenendo conto della quantità di programmi che milioni di persone, anche non sedute davanti al televisore, possono seguire attraverso smartphone e tablet. Per non parlare della rete; e del rischio suicida di una  sottoutilizzazione dei nuovi canali: attraverso i quali il servizio pubblico può tornare ad essere il primo strumento (non solo quantitativo) della nuova comunicazione. E, va da sé, di una nuova democrazia.

* da Europa Quotidiano

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