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Diffamazione. Senato al lavoro per abolire il carcere

 

Sull’onda dell’emergenza creata dalla condanna di Alessandro Sallusti a 14 mesi di carcere è cominciata ieri in Commissione Giustizia al Senato una corsa contro il tempo per approvare a tamburo battente una riforma della legge sulla diffamazione in grado di evitare il carcere all’ex direttore del Giornale… per il quale l’esecuzione della condanna rimane sospesa fino al 26 ottobre prossimo, se nel frattempo il giornalista non chiede l’affidamento ai servizi sociali, cosa che non intenderebbe fare. Più in generale, la riforma serve a evitare che altri giornalisti condannati per diffamazione possano essere puniti con il carcere.

Il presidente della Commissione, Filippo Berselli, prevede che entro la prossima settimana il testo possa essere approvato e trasmesso alla Camera, per il voto di ratifica. Ma su questa tempistica ci sono molti dubbi. L’on. Gaetano Pecorella ha detto chiaramente che il traguardo può essere raggiunto in tempo solo se il governo produce un testo semplificato, stralciando le proposte che riguardano la parte più controversa, che riguarda il web, ed emanando un decreto legge. Questa soluzione al momento appare improbabile. Il governo non si è pronunciato. E dovrebbe esserci l’autorizzazione del capo dello stato. In materia di giustizia e di norme sulla limitazione della libertà personale finora il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è attenuto alla prassi dei suoi predecessori, che esclude il ricorso a decreti legge in materia di giustizia e di restrizione della libertà personale.

Sulla tempistica e sul merito delle proposte, il ministro della Giustizia, Paola Severino, non si sbilancia. “E’ troppo presto, sto ancora studiando”, ha detto. Si è limitata a dire che “occorre trovare un equilibrio tra la difesa della libertà di espressione e la tutela della reputazione”.

Ieri mattina, a un convegno della Fnsi, il ministro si è detto d’accordo con la convinzione del mondo giornalistico che la pena detentiva sia da escludere per punire la diffamazione a mezzo stampa. “Non interessa neanche al diffamato che il giornalista vada in carcere. La vittima – ha detto – vuole il ripristino della sua reputazione e il risarcimento del danno. La sanzione detentiva per questo reato non ha senso perché non è né riparativa, né risarcitoria, né rieducativa. Bisogna pensare a sanzioni di tipo diverso, come la pena pecuniaria. Un ruolo importante possono averlo le sanzioni disciplinari”.

Il ministro vuole mantenere l’impianto della legge sulla stampa del 1948 e il regime penale della diffamazione ma, ha sottolineato, “il carcere deve essere sempre l’extrema ratio”. “In Europa solo nei Paesi di nuova entrata sono previste esclusivamente pene pecuniarie. Dieci Paesi su 27 hanno depenalizzato la materia”. Quanto alle querele temerarie, il ministro ha affermato che ”questo tipo di azioni vanno combattute e non solo quando colpiscono i giornalisti”. “Mi piace molto l’idea di un deposito a garanzia per chi chiede un risarcimento, ma poi bisogna stabilire quali richieste sono da considerare liti temerarie”. Severino ha concluso il suo intervento sostenendo che ”queste nuove norme devono valere anche per i nuovi mezzi di informazione, dove la tutela della reputazione è ancora più difficile”.

“Non siamo qui per chiedere una legge per Sallusti, ma una legge per la libertà”, ha detto il segretario della Fnsi, Franco Siddi aprendo i lavori del convegno. “Il sindacato non dà nessun sostegno a chi pubblica notizie false, eventualmente utilizzate per campagne diffamatorie”. ‘Noi chiediamo semplicemente – ha proseguito – la cancellazione della norma che prevede il carcere, e una normativa in base alla quale una rettifica, documentata e pubblicata in tempi brevi, determini l’impunibilità. Chiediamo l’istituzione di un giurì per la lealtà e la correttezza dell’informazione. Insomma, prima deve venire la riparazione, poi eventualmente la sanzione”.

Il ddl bipartisan, presentato al Senato da Vannino Chiti e Maurizio Gasparri prevede che il carcere sia cancellato e sia prevista una riparazione pecuniaria di almeno 30 mila euro, oltre a multe e al risarcimento del danno. Chiti ha spiegato che il provvedimento “é aperto a modifiche”, aggiungendo che “al diffamato deve essere assicurato il diritto alla rettifica con pari rilevanza entro pochi giorni”.

*tratto da www.ossigenoinformazione.it

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